Un bel film, questo di Virzì, da vedere e rivedere: denso, tragico, reale, ben ‘recitato’.

Le protagoniste hanno impersonato visceralmente, sono entrate integralmente nelle maschere delle due donne. Rendono da dentro ciò che noi vediamo da fuori.

 

L’immagine, così come un film, condensa significati, esperienze, e la comunicazione arriva a livelli più profondi della mente razionale, sedimenta messaggi che a volte può essere utile portare alla consapevolezza e quindi a una riflessione più esplicita. In questo caso sembra si possa offrire un contributo in tal senso.

 

Si può leggere la vicenda come un esempio del ‘viaggio dell’eroe’. Si parte da una situazione di stabilità: l’eroe è nel castello, protetto ma fermo: la vita nella residenza per pazienti psichiatrici; l’eroe parte verso la foresta alla ricerca della ‘principessa’: la fuga delle due dalla residenza; poi l’addentrarsi nella foresta con l’incontro del ‘drago’: le varie vicissitudini delle protagoniste durante la loro fuga; l’incontro e la sconfitta del drago e il congiungimento con la ‘principessa’, la propria anima: tutto ciò che accade dentro e fuori di loro in questa esperienza; il ritorno al punto di partenza, l’eroe torna al castello portando la principessa/anima sul suo cavallo, con una trasformazione e un’integrazione dei vari elementi emersi: le protagoniste tornano, separatamente, individualmente, alla residenza, trasformate dal viaggio.

 

Tragiche nel loro dolore incompreso dal mondo, queste donne si sono scambiate la loro intrinseca ‘sanità’ mentale, se la sono condivisa, si sono alleate. Si sono viste l’un l’altra nella realtà sia sana sia dolente.

Hanno inteso la richiesta di aiuto, il bisogno di essere viste e ascoltate, e tra di loro, imprevisto, ‘folle’ si è formato un legame. La frase chiave, ci pare, sia il riconoscimento del valore del loro legame: “Per fortuna che ci sei tu”, alla fine. Ciò che può curare, dare una speranza è innanzitutto una relazione di ascolto, di comprensione, di parità. Una relazione in cui emerga, siano presenti, né negati né mistificati, sia il bisogno sia la ‘follia’: entrambe dichiarano dell’altra ‘ questa è matta veramente’, di fronte ai gesti incongrui. Li riconoscono come tali. Tuttavia non c’è giudizio, né abbandono. C’è la costanza della fiducia.

 

A prescindere dalle vicende, (gli accidenti della vita) si sono accompagnate e hanno lottato per esprimere e ricongiungersi alle proprie necessità, nel vivere l’esperienza hanno incontrato se stesse, il disagio, il trauma vissuto, l’incontro con la realtà da cui sono arrivate, ma anche hanno riconosciuto, dato spazio alla urgenza vitale di amore, alla base.

Ascoltano, esprimono il bisogno d’amore negato nel ‘mondo’, nelle rigide strutture relazionali, nelle bassezze e menzogne dei ‘sani’, nell’inadeguatezza delle soluzioni.

E le vediamo intere, senza vittimismo, senza condanna, senza soluzione consolatoria; il dolore dei non amati, dei non ascoltati porta al dramma.

 

Allora qui si rappresenta la storia di ciascuno che, in modi diversi e al di là dei modi, condividiamo: la ricerca dell’autenticità, l’autentica necessità di essere visti, e accolti nel dare e nel ricevere, la necessità di evolvere, di attraversare ‘la foresta’, di incontrare la sfida dei nostri ‘draghi’ interiori, di trovare la fiducia il coraggio e la gioia.

 

Viene presentata la complessità che scaturisce dall’intrecciarsi delle difficoltà di ognuno, una catena intricata. Intricato è lo svolgersi dei pensieri, delle difese, dei gesti, dei fraintendimenti, delle censure e della vergogna. Il loro agire mette in evidenza la fallacia e la falsità del mondo dei ‘sani’ da cui provengono.

 

La loro forza è nel poter manifestare il proprio dolore, nella tenacia nel ricercare qualcosa di vero, autentico, nel non adattarsi al silenzio, non adeguarsi alla negazione collettiva. Tutto ciò può avere il prezzo dell’esclusione, della marginalizzazione, mentre per la soluzione del problema è necessaria la condivisione, l’essere parte di una comunità, essere integrati in dignità e comprensione. Ancora non si sa se e come questo avverrà.

 

Il ritorno al porto sicuro, all’accogliente luogo delle ‘matte’, segna un cambiamento, lì in una definizione sociale riconosciuta si può stare, lì c’è protezione e accoglienza, ma separate dal resto. Però non sono come quando sono uscite, ora sanno che l’altra c’è, garante forse di questo essere vista.

 

E poi… sarebbe un punto di partenza, oltre la sordità, la cecità dei ‘sani’, una porta di accesso a una nuova integrità. Resta in sospeso ciò che sarà dopo, come questo spiraglio di speranza verrà ampliato, che frutti potrà dare, che seguito avrà.

 

Tutto ciò nella vita richiede un lavoro paziente di ricostruzione, di integrazione, riparazione. Oggi sappiamo che abbiamo gli strumenti per poterlo innescare, favorire, accompagnare e compiere.