Marzo/aprile 2020 IL PREGIO DI QUESTO MOMENTO è la piena esperienza o la vicina consapevolezza della possibilità reale della morte.

 

La fuga dalla consapevolezza della morte rende la vita uggiosa, monotona e spinge a una ricerca di riempimento, a un sottile presupposto di onnipotenza, una  disperazione e allontanamento da sé.

 

Ora tutta la vita si concentra nel presente, riconvertire le abitudini implica attenzione a ciò che si fa, si esce dalla routine dell’automatico e ripetitivo. Lo stare in casa, con se stessi, in se stessi, con stimoli limitati e la possibilità di evasione nel fare e nell’andare via preclusa, costringe, cioè restringe e impone ad una vicinanza con se stessi per molti inconsueta. Allora ci si può accorgere che stando fermi si può approfondire, cogliere, interrogarsi, osservare, attendere, collegare, scoprire, stupirsi, ricordare, scorgere… tutte azioni che nella velocità dello scorrere delle immagini (poiché si vive di immagini oggi) sullo schermo sono impossibili, si è sempre ‘tirati fuori’, attenti al fuori e non padroni, al timone di se stessi. Ma solo l’essere vicini a sé dà la pace… alla lunga.

 

La tentazione della fuga dalla consapevolezza della fine, della morte, del limite, è, forse, vista da questa prospettiva, il male ‘ultimo e primo’ di noi umani, che per altro siamo proprio caratterizzati da questa consapevolezza e dai quesiti conseguenti.

 

L’illusione dell’onnipotenza inquina sia la scienza sia l’economia, sia la morale.

Alcuni raccontano che aver vissuto l’esperienza della malattia drammaticamente, attraversando la paura, il dolore, la rabbia, la disperazione, giungono poi alla resa, alla consapevolezza, ad un nuovo modo di sentirsi. Allora è il momento di una riconversione, di una riorganizzazione delle priorità, di una riflessione sui valori: “Là dove è il tuo cuore è il tuo tesoro”. Appunto, dove abbiamo messo il nostro cuore?

 

Si può anche apprezzare, oppure, ancor meglio, gustare il poco, il piccolo, ciò che possiamo nell’attimo. Si sente raccomandare: “ Cogli la bellezza di una semplice pratolina!”. Ma come farlo veramente se qualcosa dentro, un motore continuo e scordato spinge ad urgenze insolute, a cercare qualcosa alla cieca, ad ascoltare con ansia ed angoscia le voci del mondo umano cariche di giudizio, bramosie, furori, derisione, interessi, lusinghe, prediche, motti, menzogne? E come sedare la sete, che scorre sotterranea in ciascuno?

Quanto siamo stati addestrati a non ascoltarci, a credere e a diffidare, a celare e a mistificare, a vergognarci e a fuggire?

E perché allora ci lamentiamo di come vanno le cose tra noi, nel mondo?

 

Certo ci sono le eccezioni, e tante, ma l’umanità è un corpo unico, ed ora lo si può vedere più chiaramente; è necessario che questa ‘sveglia’ sia universale, è un monito piccolo, indipendente da noi, va ovunque, interessa tutti, e gioca a rimpiattino con la scienza, è difficile, sconosciuto e, pur elementare nella sua struttura, mette di fronte ai limiti: ci vuol tempo, non tutto subito, e poi, forse…, vedremo, non si sa…

 

A ciascuno ricorda le responsabilità verso se stessi e gli altri, ciascuno reagisce a partire da come è, ci si ammala, in un modo o in un altro, oppure no, lo si incontra e se ne va inavvertito, una gamma ampia e varia di risposte, in mutamento… sorprendente, e man mano si va avanti ci si accorge che non ci sono categorie che ha dimenticato, è disponibile per tutti… e io come sto? Come ho curato il mio corpo e la mia vita? Smettiamola di imitare, guardare fuori, essere come…, l’essere toccati veramente, nel fisico, o anche solo esserci la possibilità concreta che succeda, implica la possibilità di un cambiamento radicale, di perdita di legami, di sicurezze, di abitudini, riporta a noi stessi, con ciò che siamo e che possiamo, o non abbiamo.

Ricorda la posizione dell’alpinista, o dell’uomo di mare in solitaria, nella natura estrema, che è attento ad ogni mossa, conscio dei propri limiti e delle proprie possibilità, del luogo in cui si muove e che deve conoscere e imparare a conoscere, un’umile osservatore che scorge e utilizza il sapere per vivere e non per predare o produrre, a contatto con sé e con il Sè. Da qui sgorga tanto sapere e sapere di vivere. Si ritorna al mistero.

 

Guardando poi nel concreto : coabitazioni coatte portano a galla problemi preesistenti, può esplodere l’incapacità di gestire sé e i rapporti. Lo stare vicino a sé e ai congiunti porta a ‘maturazione’ o meglio disattiva le soluzioni di sopravvivenza messe in atto: evitamento, sottomissione, fuga nel lavoro… Qui emerge la necessità di un aiuto poiché se non si sono acquisiti durante la crescita capacità di comprensione, conoscenza, accettazione di sé, di gestione di emotività e impulsi, di resilienza e gestione dei conflitti, amore e protezione verso se stessi, non le si apprendono da soli, e in una situazione di drammaticità. Quindi a livello collettivo vengono messe in evidenza le bisognosità cui prima si poteva evitare di pensare, di occuparsi: le esigenze della psiche, dell’emotivo sono sovente relegate, con timore, e presa di distanza, a quelli ‘strani o non ‘normali’.

Similmente anche la capacità di chiedere aiuto, la possibilità di aprire squarci nello scoramento o nel negato porta a grandi opportunità di crescita personale, di uscire dal disagio.

 

Anche la scuola da remoto offre i suoi vantaggi. E’ curioso come si narri che tutti i giovani siano dispiaciuti per la chiusura delle scuole, e che gli insegnanti tutti siano dispiaciuti dal mancato contatto coi discenti. Certo alla lunga manca la vicinanza e il contatto umano, la consuetudine rassicurante, e sicuramente l’autonomia dalla famiglia.

Ma nel variegato mondo c’è sicuramente anche chi si è sentito sollevato, liberato dall’ansia da prestazione, dalla paura del giudizio e della squalifica vissute in classe. Senza troppa ansia e paura si apprende meglio, la mente si snebbia e ognuno può sentirsi un po’ più a suo agio. Alcuni apprezzeranno di essere sottratti alle angherie dei bulli, agli insegnanti incapaci e vessatori, perché ci sono anche questi. Alcuni insegnanti si saranno sentiti liberati dallo stress del contatto con scolaresche ingestibili, per non parlare dei genitori aggressivi. Le problematiche nella scuola erano ben presenti prima, e magari ora ognuno potrà accedere alla sensibilità, alla comprensione, al lato migliore di sé sotto la maschera del ruolo, del dovere e di tanto altro. E poi finalmente non potranno più esserci le classi sovraffollate; si deve scoprire così che l’aspetto sanitario favorisce quello umano: il benessere relazionale, emotivo possono presentarsi. Ci voleva il virus, non l’ennesima riforma ministeriale per rimodernare la scuola!

 

Anche la perdita degli anziani ha di colpo fatto scoprire la loro importanza, l’amore e l’attaccamento per loro. Cose di cui si era persa la traccia da tempo. Come sempre si scopre di apprezzare ciò che non abbiamo più, e magari rimpiangerlo. Ma anche ciò è segno del nostro vivere ‘altrove’ e non qui e ora; rimandare a poi, per rendersi conto che il ‘poi’ era allora, prima, e non c’è più adesso. Ma che rapporti abbiamo con i nostri anziani, che genitori sono stati e che figli siamo? Di che nodi antichi di viluppi emotivi siamo ancora intrisi, un misto di amore e fraintendimenti, di incomprensioni e aspettative? Quanto ce la vogliamo raccontare? Quanto male e bene ci siamo fatti? Certo, con le migliori intenzioni e senza volerlo, il più delle volte. ‘Da morti sono tutti santi’, che senso ha questa frase? La morte è un’opportunità per smettere di barare, di proteggerci da noi stessi, dagli aspetti indesiderati. Quanti sensi di colpa inutili e dannosi. Allora purificare i rapporti, la storia personale, vederne con onestà e compassione limiti e doni, valorizzare le radici, ma anche tagliare i rami secchi, e osservare con realismo e amore.

 

E poi si scopre la sofferenza, la bisognosità, anche materiale, e quindi si dona, si chiede, ci si fa sentire, la solidarietà si attiva nel vedere e udire le richieste, e solo la stupidità di qualcuno pensa di trovare soluzioni solo per sé e per i suoi. I bisogni sono rivendicati, tutti i bisogni della persona, dall’economico al sanitario, dall’affettivo allo spirituale, dalla necessità di cambiamento a quella di efficienza, competenza e onestà.

 

E anche il cambiamento di prospettiva, di organizzazione, di modello, non è più un privilegio dei creativi, ma una necessità stringente che coinvolge tutti. Viva il pensiero divergente! Rivediamo il mondo e cogliamo ciò che prima non vedevamo. Cosa sfrondare, cosa riscoprire, come collaborare. Non c’è più tempo e non ha senso il battibecco sterile e di parte, la critica preconcetta, ma piuttosto l’individuazione dell’obiettivo per la vita, di ciascuno e di tutti.

 

Ogni cambiamento solitamente ci è imposto dagli eventi, dai problemi, dalle emergenze; lasciati a noi stessi, nelle nostre aree di sicurezza, non andremmo da nessuna parte, se non magari nella melma dell’inerzia, dell’inconsapevolezza e dell’avidità … cosa nota.

 

Tutto sommato sembra un grande ‘reset’ mondiale, cui partecipiamo tutti. Come un colpo di timone che fa virare la barca, con mulinelli, gorghi, spume e risucchi, beccheggi e sciabordii, e poi vedremo che direzione prenderemo, quale nuovo orizzonte.