Dalla fantasia alla realtà, così si potrebbe definire l’esperienza di essere genitori: da una serie di aspettative, desideri, anche pressanti, narrazioni condivise, alla quotidianità di un rapporto che porta una complessità che forse non ci si aspettava, soprattutto se non si è abituati a questo tipo di attenzione. Allora si ha bisogno di rassicurazione, conferma, di qualche certezza, che si possono trovare nei discorsi col partner, fra amici, coi parenti, qualche articolo su riviste, nella lettura di saggi e poi anche da professionisti, nei corsi per genitori, conferenze e così via.

 

Tuttavia c’è un altro passaggio non semplice: dalla teoria alla pratica.

A sentire gli altri, gli esperti, si può essere d’accordo, si capisce bene che fare, è logico, però...però… non sempre funziona, e poi nel concreto, in questo momento, con questa reazione inattesa del figlio, con la nostra stessa reazione... che fare? Facile parlare dall’esterno…

 

La fiducia è il cardine da cui partire, senza fiducia in sé e nell’altro si va poco lontano, e il figlio vive “attaccato” alla fiducia che il genitore lo ami e lo protegga, sia dalla sua parte, lo accolga e lo valorizzi… o no?

 

Ci sono molte indicazioni pratiche, concrete per aiutare i bambini, i giovani a credere in sé, nella propria positività, conoscere le proprie qualità, viverle e svilupparle.

Maria Montessori ne ha individuate molte di efficaci:

partendo dal presupposto che il bimbo per sua natura va verso l’acquisizione di competenze e abilità, desidera conoscere, sapere, essere autonomo, desidera il rapporto con l’altro, il compito del genitore/educatore è quello di creare l’ambiente idoneo a che questo processo possa avvenire in sicurezza, ad accompagnare questa esplorazione del mondo e di sé senza sostituirsi e interferire, ed esercitare l’osservazione empatica, la pazienza, l’ascolto, la correzione amorevole.

 

Come?

 

Qui si inserisce l’idea della circolarità: la fiducia si trasmette e si riceve, se il genitore stesso è stato un bambino squalificato, terrorizzato, conculcato come farà ad essere un genitore affettivo, empatico, incoraggiante? Non lo farà… a meno che… si accorga di questo, e operi per curare le profonde ferite alla autostima e fiducia in sé.

Accade che per andare avanti nella vita, le difese portino a lasciare indietro, a dimenticare ciò che ci è accaduto tuttavia se la nostra infanzia è stata infelice, ce la portiamo dentro e chiede giustizia, riparazione, cura. Si può diventare remissivi e timidi, passivi e sottomessi, oppure arroganti e dominanti, crudeli e violenti a partire da ferite e incomprensioni precoci; occorre anche ricordare che etichettare negativamente una persona in fase evolutiva la porta a conformarsi all’etichetta.

 

E poi si diventa anche genitori. Un’infanzia infelice non si definisce solo in termini di traumi maggiori, eclatanti, anzi, l’incuria emotiva, affettiva, la trascuratezza, il giudizio negativo ripetuto, anche se inconsapevolmente, scavano un solco di dolore e consolidano un’immagine di sé distorta e inadeguata.

Ed è a partire da quest’immagine di noi che diventiamo genitori, è attraverso il modo in cui ci viviamo che i nostri figli ci vedono e interagiscono con noi. E il più delle volte non ne siamo consapevoli. E quello coi figli/bambini è un rapporto senza filtri poiché il bambino nella sua innocenza vede il ‘re nudo’, lo percepisce, e non può ignorare le proprie percezioni.

 

Il passaggio evolutivo che può offrire la genitorialità agli adulti è quello di fare pace col proprio passato, fare ordine, rendere giustizia al bimbo/bimba che si è stati, rivedere la propria storia alla luce delle competenze e conoscenze che si sono acquisite, ridimensionare le proprie figure genitoriali, lasciare vecchi rancori, o attaccamenti, in una parola crescere noi pure.

Come in un cerchio non si sa bene dove è l’inizio e la fine, così nei rapporti, come una staffetta è un passare di mano in mano doni e problemi, ricerca di senso e soluzioni, segreti da svelare, vergogne da sanare, verità da gridare e difendere.

Le modalità relazionali educative apprese si mettono in atto automaticamente e sovente inconsapevolmente. L’idea che il mestiere di genitore sia il più difficile sottende questo tipo di lavoro su di sé, e ancora una volta la circolarità si ripresenta poiché lo si fa per l’altro, ma molto anche per sé, il benessere diventa condiviso, la crescita è di entrambi, come è nell’ordine delle “cose dell’amore.

Esempi concreti.

 

Un’indicazione pratica sovente suggerita dai ‘tecnici’ è quella di lasciar fare, lasciar sbagliare, l’errore è parte integrante del processo di crescita, si cade mentre si impara a camminare e ci si rialza. Si impara a mettere le scarpe iniziando ad infilare la scarpa sbagliata. Bello! Siamo tutti d’accordo, allora chiediamoci come venivano giudicati i nostri ‘errori’ quando eravamo bambini/e: ero terrorizzato di sbagliare, non osavo fare per non sbagliare, continuavo a fare pasticci, così almeno mi vedevano, visti oggi i miei ‘errori’ erano così gravi come li percepivo?

 

Ancora: viene detto - si insegna a parlare non solo nel primo anno sillabando le paroline che piacciono ai grandi, pap... à o papp...a, no, mmmamm...a; ma anche dopo, negli anni, dando nome alle emozioni, valorizzando le sottigliezze del linguaggio corporeo, l’abilità dell’osservazione e dell’ascolto dell’altro, l’attenzione alle parole che si usano.

Domanda:

quando eravamo noi nella posizione di figli, quando e in che misura abbiamo ricevuto questo tipo di attenzione e insegnamento, o queste cose ai tempi sono state sbrigativamente accantonate come banalità, capricci, sono state ignorate, censurate e negate?

Se così è stato, come ci inventiamo questa bella modalità in modo che venga spontanea, autentica, credibile? Non ce la inventiamo. Non la conosciamo e saperla concettualmente non coincide con il saperla agire.

 

Un altro buon consiglio proposto è praticare la pazienza, il non aver fretta. Facile!… Impossibile. I tempi stretti dell’organizzazione quotidiana non prevedono la pazienza. Però per decidere se seguire il giogo dei doveri imposti o scegliere a partire da una propria scala di valori occorre una certa forza, consapevolezza e sicurezza di sé. Dove la prendiamo? Dai giudizi negativi su di noi che in automatico guidano i nostri comportamenti? No di certo. Solo a partire dalla fiducia in noi stessi, da una sensazione di benevolenza nei nostri confronti e in quelli degli altri potremo sostenere le nostre scelte e le nostre ragioni con determinazione e saggezza.

 

Se nel corso della vita in qualche modo abbiamo vissuto esperienze riparatrici dei nostri traumi infantili, allora li avremo superati, e si riuscirà a mettere in pratica le modalità consigliate, altrimenti se permangono dentro di noi sensazioni di rifiuto, di vergogna, di umiliazione, di inadeguatezza, di impotenza queste prenderanno in mano la situazione e la gestiranno a loro modo per trovare un qualche equilibrio.

 

Il lavoro di presa di coscienza, di elaborazione dei traumi, di ricerca di soluzioni non si può fare in solitaria. D’altra parte anche l’idea che ce la si debba fare da soli, che farsi aiutare sia umiliante, che individuare e dichiarare problemi e difficoltà significhi essere ‘sbagliati’, inferiori, inadeguati è figlia della stessa mentalità che ha creato i problemi.

La complessità delle difficoltà che incontrano i giovani e la società in generale, segnala oggi la necessità di ascoltare e sanare le tante questioni che in precedenza erano accantonate a favore di altre priorità. Nel frattempo la ricerca psicologica e psicoterapica ha affinato e offre strumenti e conoscenze più che in passato. Può essere duro rendersi conto che nonostante le buone intenzioni si sono fatti gli stessi errori dei propri genitori, ma è da sapere che si può rimediare ed è possibile uscire dalla catena della ripetizione, mettendo nel quotidiano positività e fiducia. Si riscopre nel percorso la pazienza e la preziosità delle cose piccole e la complessità delle cose semplici.