uscire con un animale richiede di affinare abilità di concentrazione, attenzione, previsione: incontro con altri cani, con persone timorose, curiose, scambiare due parole sulle bestie in questione, vigilare a che non mangi ossi indebitamente abbandonati, ripulire il percorso dai suoi escrementi, al contempo si ha agio di godersi il luogo, il verde, i profumi della vegetazione, i colori dei fiori, accantonare pensieri molesti, si è concentrati sul qui e ora…

 

Càpita così che, camminando per la città, si incontrino scritte, messaggi lanciati dai muri, più o meno vivaci, banali, volgari, curiosi, incomprensibili … questo mi è parso interessante:

 

Sognare non costa niente, è svegliarsi che costa caro”

 

come tutti gli aforismi racchiude una verità immediata, ma perché non diventi uno slogan da sbandierare e su cui arroccarsi necessita di un minimo di elaborazione, di riflessione.

 

A partire dall’uso metaforico della parola ‘sognare’, poiché già dal valore che le viene attribuito, il resto della frase cambia immediatamente sapore: sognare come immaginare, aspirare, creare, voler cambiare, fantasticare … Richiama la ben nota “I have a dream...” di Martin Luther King.

I ‘sogni’ di Leonardo, fantasie creative, esperimenti indagatori sulla possibilità di un reale che ancora non c’è, ma che potrebbe essere. I ‘sogni’ di ogni scienziato vero, che osservando la realtà ne individua segreti che pur essendo sotto gli occhi restavano occulti, la capacità di porsi domande che aprono alla scoperta di ciò che ancora non si sa esistere.

 

Ciò che si vede e si sa è dunque una compartecipazione creativa dell’uomo col reale.

 

In tal caso, la frase che segue potrebbe sembrare un invito pedante e riduttivo a restare fermi, legati a una realtà scontata e scontenta, un atteggiamento cinico riguardante la vita e le nostre possibilità, un riconoscimento amaro e rancoroso della propria impotenza.

 

Tuttavia si percepisce anche la verità scanzonata del detto: allora il sognare è forse assimilabile ad illudersi, voler credere a ciò che piace ma che non è, mettersi due potenti fette di salame sugli occhi, le famose lenti rosa attraverso le quali ci si nega di prendere atto di ciò che è.

 

Anche il “ pensa positivo” sovente si scontra con una realtà che lo contraddice. Ecco allora che, prima o poi, il riscontro col reale si presenta in tutta la sua cruda durezza, e tanto più alto è il volo del sogno, tanto più rovinosa la caduta…, ma anche salutare.

 

Ogni delusione, o disillusione è una benefica presa d’atto di ciò che è, un avvicinarsi al reale, anche di se stessi, e quindi alla propria autenticità e alla ricerca, scoperta del proprio valore.

 

La presa d’atto della realtà è una faccenda tanto delicata quanto fondamentale.

 

Stando in una metafora è come affrontare una salita in montagna, all’inizio può essere poco piacevole: sveglia presto, preparativi, avvicinamento alla partenza, attrezzatura pesante, poi i primi passi, fatica, sudore, adeguamento del respiro, aggiustamento degli scarponi e così via. A volte ci si chiede chi ce lo fa fare.

Poi, smettendo di opporsi, di lamentarsi, di indulgere con se stessi, arriva la fluidità del movimento, l’uscire dalla stasi, l’armonia del tutto, allora si sciolgono i pensieri, si acuisce l’osservazione, l’ascolto, l’essere vivi e attivi, l’attenzione a dove si mettono i piedi, al percorso, il calibrare le proprie forze, scoprire le potenzialità del corpo, osservare come l’umore muta, in meglio. E’ quel che si dice essere in contatto con la natura, in cui ci si immerge, e si sente di esserne parte.

Ed ecco che allora si è svegli, (se lo si è).

 

Tuttavia accade che ci si rifugi in sogni che ricreano una realtà diversa da quel che è: penso ad esempio ai rapporti amorosi quando si crede a sentimenti nostri o altrui che sono solo mimati, che celano interessi non esplicitati, bisogni o pretese illegittime, che non vengono riconosciuti per ciò che sono, oppure ad aspirazioni o cognizioni di sé impietose: non sono in grado, non vado bene, non ce la farò mai, oppure al contrario quando si esige un riconoscimento di capacità o meglio ancora di gratificazioni al proprio ego immotivate e roboanti.

 

L’esercizio dell’umiltà in queste circostanze è quanto mai salutare.

 

Bisogna allora sentirsi in colpa, sbagliati quando ci si trova in tali frangenti?

 

Direi di no, è esperienza comune, un passaggio obbligato verso la saggezza, la maturità.

Inoltre sovente i sogni in cui si vuol credere sono frutto di difese psichiche automatiche, in alcuni momenti sono indispensabili per la sopravvivenza psicologica, e si instaurano in età precoce, quando non se ne può fare a meno.

Se nell’esperienza di rapporto con chi ci accudisce, ci ‘ama’, si sperimenta un giudizio negativo per le necessità non soddisfatte di rassicurazione, vicinanza, protezione, se coloro da cui dipendiamo totalmente ci descrivono una ‘loro’ visione della realtà, allora potremo pensare di essere in torto ad aver bisogno, di essere molesti a chiedere e ad affaticare ingiustamente chi già è così in difficoltà, e a cui vogliamo bene, ‘costretti’ a non credere a ciò che ci dicono i nostri sensi e il nostro giudizio, ma ad adeguarci al sentire comune, a ciò che ci viene spiegato, insegnato, imposto.

 

Due esempi banali quanto comuni e sovente ancora incontrati: non si deve piangere, segno di debolezza, mancanza di carattere e per i maschi mancanza di virilità.

Per i bambini/ragazzi, ancora imperante a scuola il dover stare fermi e zitti per ore nei banchi. Anche se da secoli valenti pedagogisti, psicologi, riconosciuti mondialmente evidenziano l’assurdità della cosa, nella quotidianità questa è l’esperienza.

 

In che sogno stai vivendo?

 

A partire dalle proprie esperienze, convinzioni su di sé, sul mondo, è buona pratica interrogarsi, osservarsi un po’ e chiedersi, con una certa ironia e disincanto: “Ma è proprio così? Sarà proprio vero?” Si apre allora la ricerca, l’ascolto, l’osservazione di sé, del proprio modo di reagire, di interpretare gli eventi, di considerarsi.

Cosa si pensa dei propri bisogni, delle debolezze, della vulnerabilità. Quali sentimenti, emozioni ci abitano, quali paure alimentano e fomentano pregiudizi, luoghi comuni confortanti, di quali rassicurazioni necessitiamo…

 

Anche questo è un lavoro, come andare in montagna, richiede umiltà, perseveranza, preparazione, relazionarsi agli altri, costruire abilità, conoscenze, acquisire sicurezza, consapevolezza di sé, curiosità e aperture a campi nuovi ed eccitanti, insomma accedere alla fiducia in sé e nella vita!

 

Buon viaggio.