Ci piace ricordare e rendere onore a Milton Erickson, un uomo che ha svolto la professione di psichiatra, psicologo, psicoterapeuta, ipnotista, docente universitario, ricercatore in America, nel secolo scorso, quando morì nel 1980.

 

Ci sembra che sia una personalità affascinante, e che possa essere un illuminante fonte di ispirazione sia per i professionisti della salute mentale sia per i loro clienti. La sua vita sembra essere la realizzazione dell’integrazione compiuta tra essere e operare. Traiamo i dati e le citazioni dal testo “Milton H. Erickson un guaritore americano” a cura di Betty Alice Erickson e Bradford Keeney, edizioni Dialogika.

 

Nasce nel 1901 in Nevada. La sua vita è segnata molto presto dalla malattia: “Gravemente daltonico, riusciva a godersi fino in fondo solo il colore viola. Amusico, ovvero incapace di distinguere i diversi toni, affetto da aritmia, dislessico, paralizzato dalla poliomielite a diciassette anni, superò le proprie carenze… e le trasformò in risorse. Si servì di se stesso come di uno strumento scientifico la cui abilità di osservazione era meno contaminata da supposizioni teoriche di quanto non lo fosse quella della maggior parte degli studiosi di scienze sociali.”

 

E qui già si delinea la sua forza: oltre a essere stato in grado di vivere positivamente a prescindere dai propri handicap, ha utilizzato la sua peculiare esperienza per sviluppare formidabili capacità di osservazione, di ascolto, relazione e comprensione delle persone, che sono alla base delle sue abilità terapeutiche e scientifiche.

 

“… convinto che ogni individuo sia unico, sosteneva che ogni cliente richiedesse una strategia terapeutica e un’interazione ipnotica particolari. Inoltre affermava che tutti gli esseri umani avevano le proprie forme uniche di coscienza e stati di trance. … preferiva incontrare ogni singolo cliente con mente aperta e presupposti minimi, rifacendosi alla propria osservazione delle persone in tempo reale durante gli incontri… Erickson era radicalmente empirico; il suo lavoro si fondava sulla sua osservazione attenta, invece che sui presupposti teorici. Ironicamente , questo approccio era più ‘oggettivo’ - in altre parole, legato a quanto è osservabile – che i modelli scientifici e le teorie della scienza psicologica. I secondi erano più deduttivi, dato che si basavano su dati statistici che tentavano di definire cosa fosse la ‘norma’ e di persuadere, poi, gli specialisti a trattare tutti come se fossero uguali ( o come se dovessero essere uguali).” “… gli sciamani e i guaritori migliori, come Erickson, enfatizzano l’utilizzo di qualunque cosa il paziente porti loro.”

 

Considerata all’interno del contesto multiculturale delle diverse tradizioni guaritrici del mondo, l’evoluzione del ricco approccio pieno di risorse di Milton Erickson può apparire simile a quello degli sciamani, dei guaritori e degli uomini di medicina delle culture indigene. Questi iniziano il proprio viaggio con una crisi personale, spesso di natura fisica, e partono per trovare i mezzi per superarla. Imparando con successo a riportarsi in vita, per così dire, essi apprendono quelle abilità che permettono loro di aiutare gli altri a sopravvivere, a resistere, a prosperare. La battaglia di Erickson per superare le limitazioni fisiche costituì senza dubbio la prima scuola per imparare ad essere un osservatore e un comunicatore eccellente.”

 

La posizione del terapeuta può essere interpretata come ‘colui che è immune dai problemi che affliggono il cliente’, ed è quindi in una posizione superiore, o viceversa come colui che ha attraversato i propri drammi e crisi personali e ha imparato da esse e tramite esse a vivere. E quindi in una posizione paritaria, di rispetto, valorizzazione e non giudizio. Se sono stato ‘là’ e sono tornato posso assistere anche un altro nel suo viaggio di consapevolezza e incontro con se stesso.

 

A proposito di ciò è mitica la sua esperienza di recupero dalla poliomielite che lo colpisce a diciassette anni: “ Come gli sciamani che intraprendono un’odissea personale nella natura per imparare di più su come accedere alla propria forza interiore, Erickson partì per un leggendario viaggio in canoa. A malapena capace di sollevare la propria canoa all’inizio del viaggio nell’estate del 1921, fece ritorno milleduecento miglia dopo munito di una grande forza fisica (riusciva a nuotare per un miglio e a trasportare la canoa) ...”

 

Scrive sua figlia Betty Alice Erickson, a sua volta psicoterapeuta, a proposito dell’approccio alla professione del padre: “ Credeva che lo stato naturale di un essere umano fosse quello di essere ‘sano, ricco e saggio’ e di vivere la vita come un evento gioioso. Per iniziare a capire in che modo guarisse , è necessario tenere conto della sua fiducia incrollabile nella bontà di fondo dell’essere umano. Con entusiasmo papà ispirava le persone a combattere e raggiungere i loro personali vertici di completezza. … si riferiva allo spirito umano, alla visione creativa delle persone e alla loro abilità di immaginare nuovi significati per la vita.”

Papà era perfettamente consapevole del vasto spettro del comportamento umano. Sapeva che nel mondo esiste il male, la psicosi e la psicopatologia, ma era convinto che lo stato naturale degli esseri umani fosse quello di vivere una vita produttiva, sana e ricca di significato, e di aiutare le persone a fare lo stesso. Ha sempre creduto che, in fondo la maggior parte delle persone voglia diventare tutto quello che è capace di essere. Ognuno di noi vuole tendere verso il sole e le stelle.”

 

E ci sembra opportuno oggi ribadire, incentivare e operare per far rifiorire la fiducia nella possibilità di farcela, a fronte di tanta negatività e disillusione diffusa.

 

Tale atteggiamento, a nostro avviso, è alla base di ogni terapia che possa sperare di avere un esito positivo, qualsiasi sia la modalità o tecnica terapeutica utilizzata.

 

Condividiamo la metafora da lui usata del fiore che cresce in una fessura del marciapiede: “ … le persone possono trionfare, nonostante vengano calpestate e , malgrado il suolo povero, esse possono comunque crescere e fiorire. Ma credeva anche che le persone, come quelle piante, dovessero lavorare sodo. Diceva sempre: ‘ Se un pulcino sta tentando di uscire dal guscio, non puoi aiutarlo troppo. Se lo fai, il pulcino non svilupperà mai la sua forza per superare l’ostacolo che lo separa dall’avere una vita.”

E questa sarebbe già un’eccellente linea guida anche nella relazione coi figli.

 

A proposito di fiducia, in sé e nell’altro, e generalmente nella vita, evidentemente era un’esperienza così vissuta in lui che la comunicava semplicemente nel modo di stare con gli altri, fossero pazienti, familiari o amici.

 

Alice annota: “ Quando papà ti ascoltava, ti ascoltava davvero. Il suo modo di ascoltare era così profondo, che a volte le persone pensavano che avesse detto cose che invece non aveva mai detto. Credo che sia stato Jay Haley, , uno dei fondatori della terapia breve strategica, ad aver detto una volta: ‘Erickson non elogiava mai.’ Da ragazza lo sentii e pensai: ‘Ma che dice, papà elogia di continuo.’. Un po’ di tempo dopo vivevo a Phoenix. A papà piaceva il giardinaggio ed era il turno dei miei bambini di aiutarlo…. Papà usciva in giardino sulla sua sedia a rotelle, mentre David, Michael e Kimberly, che rispettivamente avevano dodici, undici e dieci anni, toglievano le erbacce e piantavano…. Ascoltavo molto attentamente le conversazioni che i bambini avevano con il loro nonno. Tornando a casa chiedevo a tutti e tre: ‘Vi ha detto bravi il nonnino?’ Mi dicevano tutti che lo aveva fatto e poi mi dicevano esattamente quello che il nonno aveva detto loro: ‘ Il nonnino ha detto che ho fatto un buon lavoro!’ e ‘ Mi ha detto che sono stato il più bravo di tutti a togliere le erbacce!’. E ‘ Il nonnino ha detto che ho coltivato delle carote meravigliose.’ Ascoltavo i bambini che mi raccontavano cose che papà non aveva mai detto. Era incredibile quanto fossero convinti che li avesse elogiati. Quell’estate passai molto tempo osservando e cercando di capire cosa stesse accadendo. Quello che faceva era ascoltarli con interesse intenso. Faceva loro delle domande e poi si focalizzava molto intensamente su loro e li ascoltava nelle loro risposte. Quello che sentivano erano elogi nei loro confronti – e lo erano, ma provenivano da loro stessi. Papà ascoltava e i bambini avvertivano che li stava ascoltando con tale intensità, che la recepivano sotto forma di elogi nei loro confronti, come infatti era. … Papà si connetteva con loro nella parte più profonda del loro essere.”

 

Che meraviglia! Questo è essere presenti nel qui ed ora, questo è amare, questo è essere vicini a se stessi e quindi anche agli altri.

 

Ma per ottenere questa libertà interiore da paure, rancori, rimozioni, sensi di colpa, sfiducia, è necessario intraprendere un cammino di pulizia interiore, di ricerca, di lavoro costante e incessante, che sia una psicoterapia o un percorso spirituale, un pellegrinaggio o altro. Tuttavia è bene sapere che è nella relazione e tramite la relazione che si svolge la nostra vita, e che è necessario non stancarsi mai di faticare per questo, metterci ogni impegno, evitare di addormentarsi. E’ essere sempre in cammino, nomadi nel mondo interiore.

 

Ancora le parole di Betty Alice Erickson: “Questo è un modo speciale di essere, un modo profondamente significativo per gli altri e, nel senso più ampio della parola, spirituale. In questa spiritualità, papà vedeva di cosa c’era bisogno all’interno dell’altro e riusciva, grazie alla sua connessione con quella parte più profonda, ad aiutarlo ad accedere e a far emergere quell’elemento dal suo interno.

Questo è guarire – aiutare dall’interno. Il curare è dall’esterno. Papà guariva.”