LA VITA, LA BELLEZZA, LA PSICOLOGIA

 

 

Dice James Hillman in “Il codice dell’anima”, ed. Adelphi: “Una vita, in fondo, è una cosa bella.” E sostiene anche che “Di tutti i peccati della psicologia, il più mortale è la sua indifferenza per la bellezza.”

 

Questo porta a ripensare all’approccio alla persona, alla ‘salute’ mentale, alla ‘normalità’.

 

Il discorso sul proprio esistere, sul ‘come’ e sulla ricerca di sé, è una strada per mettere al centro dell’attenzione se stessi, la possibilità di ascoltarsi nel profondo, di seguire la propria vera natura.

 

Se l’orientamento della psicologia accademica verso il vivere, le esperienze di dolore o di ‘devianza’ è prevalentemente di catalogazione, etichettatura, standardizzazione, giudizio, comprensibilmente allontana e suscita timore o sospetto, sicuramente perdendo di fascino.

 

A ciò si aggiunga l’ancora diffuso pregiudizio verso il malessere psicologico, il sentire o desiderare diversamente da…, se il male fisico è accettabile, il male dell’anima ancora troppo spesso è temuto e vittima dell’ostracismo della normalità. Anche su questo è interessante riflettere.

 

Ogni biografia, vista da vicino e dal suo interno, con le gioie, i traumi e i dolori, le vicissitudini e le speranze, le assurdità e le ingiustizie, le grandezze e le ignominie, è un’avventura, un viaggio incomparabile. Quando sembra non ci sia niente da dire, che tutto sia stato vissuto in modo ‘normale’, senza pathos, allora tanta censura, tanta stagnazione tanto blocco razionale celano il fiume carsico dell’esistenza.

 

Le osservazioni di Hillman nel testo citato aprono a una visione più libera e interessante sulla vita.

Aprono a uno sguardo più alto introducendo possibilità di significati che offrono respiro, speranza e immaginazione.

 

Propone la “teoria della ghianda” : ognuno alla nascita possiede dentro di sè un seme, una ‘ghianda’, che spinge per diventare ‘quercia’, ed è unica, diversa da ogni altra. Spesso i sintomi e le stranezze sono la manifestazione e i tentativi della ‘ghianda’ di emergere o di proteggersi, di raggiungere il proprio obiettivo.

 

... “ I bambini cercano di vivere due vite contemporaneamente, la vita con la quale sono nati e quella del luogo e delle persone in mezzo a cui sono nati, L’immagine del loro destino sta tutta stipata in una minuscola ghianda, seme di quercia enorme su esili spalle. E la sua voce che chiama è forte e insieme è altrettanto imperiosa delle voci repressive dell’ambiente. La vocazione si esprime nei capricci e nelle ostinazioni, nelle timidezze e nelle ritrosie che sembrano volgere il bambino contro il nostro mondo, mentre servono forse a proteggere il mondo che egli porta con sé e dal quale proviene.”

 

“Senza una teoria che lo sostenga dai suoi inizi e senza una mitologia che lo riconnetta a qualcosa che viene prima di tali inizi, il bambino fa il suo ingresso nel mondo come mero prodotto, casuale o pianificato, ma privo della sua autenticità. Anche i suoi disturbi saranno privi di autenticità, visto che egli non viene al mondo per i propri scopi con un progetto suo e guidato dal suo genio personale. La teoria della ghianda si propone come una psicologia dell’infanzia”.

 

Una riflessione si apre relativamente ai disagi dei bimbi e adolescenti odierni, patologizzati precocemente con varie etichettature di nuova generazione e relativi farmaci sedanti. Perché non aprire lo sguardo su di loro, a prescindere da programmi e aspettative del mondo adulto?

 

Dice Hillman “ Non dimentichiamo l’osservazione di Jung ‘ Gli Dei sono diventati malattie’. Per vedere l’angelo nella malattia occorre avere un occhio per l’invisibile, chiuderne un poco uno e aprire l’altro su un altrove: è impossibile vedere l’angelo se prima non abbiamo un’idea dell’angelo; altrimenti il bambino è semplicemente stupido, caparbio o malato.

Perfino nelle scienze, un fenomeno lo si può vedere, nel cielo o al microscopio, soltanto se qualcuno in precedenza ci ha descritto che cosa guardare; dobbiamo essere istruiti nell’arte di vedere. Allora, tutto a un tratto, l’invisibile diventa visibile, è lì, sotto l’occhio che abbiamo aperto.

Del resto, esiste in tutti noi un desiderio di vedere al di là di ciò che ci insegna la nostra vista normale.”…. “ La compresenza di visibile e invisibile è ciò che alimenta la vita. Noi arriviamo a riconoscere la straordinaria importanza dell’invisibile soltanto quando ci lascia soli, quando ci volge le spalle e scompare come…, come Yahwè sul Golgota. Il grandioso compito di una cultura che voglia alimentare la vita, dunque, consiste nel mantenere gli Invisibili attaccati a sé, gli dei sorridenti e soddisfatti: nell’invitarli a rimanere con riti propiziatori e cerimonie; con canti e danze, addobbi e litanie; con feste annuali e commemorazioni; con grandi dottrine come quella dell’Incarnazione e con piccoli gesti intuitivi, come toccare legno, sgranare il rosario, tenere addosso una zampa di coniglio o un dente di squalo;….o un portafortuna sopra il cruscotto; o deponendo in silenzio un fiore sopra una pietra lucidata.

Queste cose non c’entrano con la fede, e dunque non hanno a che vedere con la superstizione. Si tratta soltanto di non dimenticare che gli Invisibili possono andarsene, lasciandoci soltanto, per coprirci le spalle, i rapporti umani. Come dicevano i greci dei loro dei: Non chiedono molto, soltanto di non essere dimenticati.”

 

Allora il bisogno di essere visibili, al mondo intero, oggi con la pubblicazione di quasi tutto di sé, non può essere forse il bisogno di essere veramente visti, nella propria essenza e unicità, sentirsi riconosciuti?

 

Ancora Hillman: “... l’occhio del cuore. Qualcosa si muove nel cuore, aprendolo alla percezione dell’immagine racchiusa nel cuore dell’altro…

...Oggi quasi non riusciamo più a credere a queste relazioni basate sull’affetto del cuore. Abbiamo imparato a vedere le cose con l’occhio dei genitali. Non sappiamo immaginare rapporti basati sull’immaginazione. Per la nostra cultura, il desiderio deve per forza essere inconsciamente sessuale, le relazioni accoppiamenti, le confessioni sincere, sotto sotto, manipolazioni seduttive….

“Quando John Keats scrive: ‘ Non conosco altro che la santità degli affetti del Cuore e la verità dell’Immaginazione’ le sue parole aprono anche i nostri occhi sull’operare della percezione creativa nelle vicende umane. Ci forniscono il terreno transumano per l’arte del mentore. Io divento un mentore quando la mia immaginazione sa innamorarsi della fantasia di un altro. Una componente erotica è necessaria, così come è sempre stata fondamentale nell’insegnamento da Socrate in poi, come lo è ancor oggi, anche se oggi o è eliminata dall’apprendimento attraverso il computer oppure è guardata esclusivamente con l’occhio genitale e vista come violenza, seduzione, molestia o bisogno di qualche impersonale ormone. L’occhio genitale non rivela ciò che va cercando la ghianda.”

… “ Vedere è credere, credere in ciò che si vede, e questo fatto conferisce immediatamente il dono della fede alla persona o alla cosa che riceve lo sguardo. Il dono della vista è superiore ai doni dell’introspezione. Perchè tale vista è una benedizione: trasforma. La terapia promuove la grande illusione dell’introspezione. Predica e pratica la cecità di Edipo. Edipo si interrogava su chi fosse veramente, come se si potesse trovare la ghianda, il nostro vero essere, con la riflessione che si autointerroga. Questa superstizione terapeutica poggia su un’altra falsa credenza: l’idea che la ghianda sia celata alla vista, nascosta, sotterrata nell’infanzia, rimossa, dimenticata e dunque possa essere redenta soltanto con l’introspezione attiva nello specchio della mente. Ma gli specchi dicono solo mezze verità. La faccia che ti vedi allo specchio misura la metà delle dimensioni della tua faccia vera, è solamente la metà di quella che presenti e che gli altri vedono.

La ricerca terapeutica del vero essere sarebbe forse più efficace se seguisse scrupolosamente la massima posta a titolo di questo capitolo ( ESSE EST PERCIPI ) dove , non a caso, c’è la forma passiva: percipi , ‘ essere percepiti’. Noi siamo fenomeni offerti alla vista. ‘ Essere’ è in primo luogo essere visibili. Il lasciarci passivamente vedere apre una possibilità di benedizione. Perciò noi cerchiamo amanti e mentori e amici, affinché possiamo essere visti, ed essere benedetti.