STRATEGIE PER GESTIRE LE CRISI DEI BAMBINI

 

 

A volte i bambini manifestano comportamenti che spiazzano gli adulti, esprimendo rabbia, aggressività, ribellione, mutismo, gesti autolesionistici, pianto inconsolabile o reattività incontrollata. Come reagire in modo costruttivo senza ricorrere a modalità che possono peggiorare la situazione e lasciare tutti nella rabbia impotente e nella preoccupazione? Ovviamente sarà necessario, in base alla situazione contingente e relazionale del bambino, capire il significato e da dove viene tanta emotività caotica, ma al momento come comportarsi?

 

Anna Rita Verardo in “ Attaccamento traumatico: il ritorno alla sicurezza” Giovanni Fioriti editore, offre delle strategie per gestire le crisi emotive dei bambini.

 

“ I bambini con difficoltà di regolazione emotiva possono andare incontro a crisi di rabbia e di angoscia. Tali crisi non sono affatto facili da gestire per i genitori, per i fratelli o per gli altri membri

della famiglia e vivere queste crisi non è certo piacevole per il bambino.

 

Le crisi possono essere di due tipi: quelle attivate da un trigger ( fattore scatenante che riattiva ricordi ed emozioni del passato) e i capricci.

 

Se il bambino ha una crisi disregolativa insorta in conseguenza di un capriccio, non è utile negoziare, supplicare e farsi corrompere, anzi è controproducente. Si può fare un profondo respiro e interrompere ogni comunicazione con il bambino, nel momento in cui è arrabbiato.

 

Quasi ogni genitore ha provato imbarazzo per le urla del figlio, ma i bambini con una storia di attaccamento traumatico (difficoltà nella relazione col genitore n.d.r.) potrebbero avere tante di queste crisi al giorno e i loro genitori potrebbero sentirsi in estrema difficoltà.

 

Questi momenti di grande disregolazione emotiva sono associati a un maggior rilascio di adrenalina e cortisolo, che porta il bambino a perdere il controllo. Quando qualcosa attiva il piccolo, e nessuna strategia contenitiva ha funzionato, inizia la crisi. Nei momenti di crisi emotiva, nulla possono la logica e le spiegazioni, poichè il bambino è ‘dominato’ dall’emisfero destro e dall’area cerebrale limbica a contenuto emotivo, mentre la parte sinistra e la parte prefrontale, a valenza cognitiva, sono temporaneamente disattivate, per cui gli interventi cognitivi hanno poco valore.

 

Queste crisi possono essere considerate piccoli momenti di dissociazione. In questa fase il contatto fisico non è in genere tollerato, per via dell’attivazione del sistema di difesa e della reazione di attacco/fuga, e il bambino è verbalmente e/o fisicamente fuori controllo. Cercare di stargli troppo vicino o minacciarlo, ricorrendo alle punizioni, potrebbe attivare uno scontro più intenso. Il bambino è in uno stato in cui non può dare un ordine temporale agli eventi e, probabilmente, sta rivivendo un’emozione intensa associata a un trauma del passato. Manca la consapevolezza interna dei sentimenti che lo soverchiano. Questa fase può durare da un paio di minuti a diverse ore. E’ importante non rischiare il circolo vizioso emotivo, infatti la perdita di controllo dei genitori con comportamenti quali urlare, rimproverare o sculacciare, può essere percepita come un rifiuto o un abbandono, aprendo la strada a una crisi di disregolazione ancora più importante.

 

Il bambino ha bisogno di spazio attorno a sé. Se la crisi avviene in casa, i genitori possono invitarlo nella sua stanza o in un’altra parte della casa che sia sicura per lui, mentre loro possono restare nelle vicinanze, cercando di mantenere la calma, magari occupandosi d’altro. In questi momenti è indispensabile una buona co-genitorialità, per cui un genitore potrebbe restare più nelle vicinanze e l’altro allontanarsi per calmarsi.

Se la crisi avviene in un ambiente al di fuori delle mura domestiche e il bambino è abbastanza piccolo, è importante fargli lasciare il posto in cui si è innescata la crisi e portarlo in una situazione dove c’è la possibilità di avere maggior controllo e sicurezza. A quel punto, è importante modulare la voce con tono rassicurante, guardarlo negli occhi e, se possibile, spiegargli che è un momento delicato e che si parlerà con lui non appena tornerà la calma. Bisogna fare in modo che egli sappia che il genitore è ancora presente e che si prende cura di lui: la calma e la presenza possono aiutarlo a tornare in sé e abbreviare la crisi.

 

Terminata la fase acuta della crisi, il cervello del bambino è ancora ‘bloccato’: la corteccia prefrontale non è ancora attiva. In questa fase, potrebbe essere imbarazzato da quello che è appena successo ed essere pervaso dalla vergogna, può sentirsi in colpa e pensare di essere cattivo, di non essere amabile oppure che sarà abbandonato. Per quanto questi pensieri non siano espressi esplicitamente, purtroppo restano presenti nelle credenze del bambino e continuano ad attivare le emozioni soverchianti che prova. E’ necessario rassicurarlo, ma non è ancora il momento di avvicinarsi troppo, infatti potrebbe continuare a essere respingente e a far sentire il genitore, ancora una volta, rifiutato e impotente.

I bambini traumatizzati, nel momento in cui si sentono vulnerabili, hanno una sensazione di pericolo incombente. Per questo si attiva il sistema di difesa e non si attiva quello d’attaccamento. In questo momento sarebbe bene non lasciarlo solo e non avvicinarsi troppo. Si potrebbe stare seduti accanto, anche se non troppo vicini. Lo si può aiutare a orientarsi al presente, fargli domande come ‘ posso aiutarti a farti sentire i piedi sulla terra?’ o ‘ siamo nella tua stanza, noti i colori delle pareti?’. A questo punto, potrebbe tollerare un po' di contatto fisico. Bisognerebbe riuscire a sintonizzarsi con lui e rispondere a quello di cui ha bisogno.

 

Quando il bambino finalmente riprende il controllo, con la corteccia prefrontale di nuovo attiva e lui pienamente tornato al presente, è il momento allora di avvicinarsi e rassicurarlo del fatto che siamo contenti che si senta meglio. Il contatto fisico ora è importante. Il bambino sente il bisogno di connettersi con il genitore, fisicamente ed emotivamente, per riparare pienamente la relazione. In questa fase, si può parlare gentilmente, ma non è ancora il momento di discutere di quello che è successo o di cosa potrà fare la prossima volta o di cosa avrà bisogno per aggiustare qualcosa (che potrebbe essersi rotto). Se questa discussione avvenisse troppo presto, mentre il bambino è ancora troppo coinvolto nelle emozioni di ansia e vergogna potrebbe attivarsi un’altra crisi. Le crisi sono stancanti e spaventose al tempo stesso. Se si impara a gestirle con consapevolezza, ci si sintonizza, si migliorano le strategie per rafforzare la relazione d’attaccamento e rimarginare le ferite del passato, le crisi gradualmente si placheranno. Il bambino diventerà più regolato e capace di gestire i suoi trigger, prevenendo la perdita di controllo. Se il genitore è calmo e ben regolato e usa la capacità di sintonizzazione, con il tempo questa calma aiuterà a spezzare il circolo vizioso della paura e della rabbia. Il bambino necessita di tempo, di calma e di tante esperienze positive di questo tipo per avere un cervello regolato.