ESSERE MASCHIO

 

Da “Maschio amante felice” di Claudio Risé, ed. Frassinelli

“ Un reduce si aggira per il mondo. Vorrebbe tornare a casa, ma non sa più dove si trovi. Vorrebbe amare una donna, ma teme di non sapere più come si fa.

Non si sa bene da cosa sia reduce il maschio, da dove gli venga, cosa gli dia quell’aria insicura e al tempo stesso potenzialmente aggressiva. Molti pensano che rimpianga il potere di cui godeva nella società patriarcale dell’Ottocento, dalla cui perdita non si è ancora ripreso.

Altri sostengono che sia stato il conflitto con le donne a ridurlo così, moralmente provato e con lo sguardo spento.

… Probabilmente a dargli quell’aspetto poco felice contribuisce anche il fatto che questo maschio-reduce non ha avuto un padre, un istruttore, un iniziatore, che gli abbia insegnato come si diventa ‘uomini’.

… L’essere umano impara quando qualcuno gli insegna. Questo qualcuno, per il maschio, è sempre stato il padre, e una serie di figure che accompagnavano il padre nel processo di ‘iniziazione’ e di formazione del figlio alla maschilità. Il maestro d’arti e mestieri, l’insegnante, l’istruttore militare, l’istruttore ginnico. Ma da qualche tempo, soprattutto dalla fine della seconda guerra mondiale, il padre e le sue figure ausiliarie non insegnano più.

Per la prima volta nella storia il maschio entra nella società iniziato dalla madre e da una serie di figure femminili che le fanno ala: maestre, terapiste, assistenti di vario tipo.

Possono le donne trasmettere le qualità psicologiche e istintuali del genere maschile, la maschilità? Gli uomini stanno finalmente accorgendosi che no, non possono.

… Ciò significa che le donne che allevano un figlio senza il padre, o con un padre largamente assente, possono comunicare al figlio una generica sensibilità umana, e la loro particolare sensibilità femminile, ma certo non quella maschile, che è del tutto diversa.

… La trasmissione della maschilità non può avvenire con un’operazione intellettuale. L’istinto e il sentimento delle precedenti generazioni maschili passa davvero ai giovani solo con una comunicazione personale e affettiva, da uomo a uomo. In genere in silenzio, o con pochissime parole. E nessun ragionamento. Il silenzioso scambio del ‘tono’ emotivo maschile avviene attraverso esperienze vissute insieme da padre e figlio.

… Per ritrovare il gusto e la capacità di amare, i maschi ‘matrizzati’ devono liberarsi del fastidio che provano per il padre, che contagia la loro opinione per la condizione maschile. Poichè questo padre, avido e insicuro, così inferiore rispetto al tranquillo coraggio della madre, è brutto, allora maschio è brutto.

… Subalterni alla madre e ad ogni figura femminile che la rappresenta, privi di energia e di autentico desiderio, lontanissimi da qualsiasi orgoglio maschile, questi padri vengono vissuti come privi di fallo, castrati. E la castrazione del padre pesa come una perenne minaccia e un dolore inaccettabile sulla capacità di amare del figlio.”.

 

Non è facile identificarsi in un padre squalificato e/o che si auto squalifica, si sottrae al rapporto, tuttavia, anche in presenza di un rifiuto del genitore da parte del figlio, rimane al fondo di quest’ultimo il desiderio di tale rapporto, il bisogno di “apprendere” ad essere maschio, la necessità di un maestro in tale arte.

Se il modello paterno viene scartato, in tutto o in parte, in quanto vissuto come inadeguato, il figlio cercherà altri modelli che avranno funzione sostitutiva o complementare.

A volte il padre biologico è rifiutato dal figlio come modello poiché tale rapporto è stato caratterizzato da interferenze, episodi, atteggiamenti che hanno generato dolore, paura e rabbia.

In ogni caso, se l’esperienza del figlio di essere desiderato, riconosciuto come persona di valore, meritevole di fiducia, affetto da arte del padre è un requisito auspicabile per il sentirsi maschio, c’è un altro passo, un’altra prova che attende il figlio verso la conquista della maschilità adulta, responsabile.

Il passo consiste nell’assumersi concretamente la responsabilità di essere se stesso, cioè di scoprire e realizzare il “desiderio” che lo anima e che lo porta a diversificarsi, a differenziarsi dal padre, a non assecondare il desiderio del padre, ma la propria “vocazione”, a tracciare la propria strada, anche se questa lo porterà ad allontanarsi dal padre sperimentando l’incertezza e il rischio dell’ignoto.

 

Da “Ritratti del desiderio” di Massimo Recalcati ed. Raffaello Cortina.

“… desiderare significa volersi sentire desiderati, voler essere riconosciuti dall’Altro, significa voler avere un valore per l’Altro.”

Questo “… ci obbliga ad assumere come un dato incontrovertibile la dipendenza dell’essere umano dall’Altro.”

Ma , attenzione , “… quando il riconoscimento diventa un’esigenza continua, esasperata, quando confina con la necessità di farsi sempre amabile agli occhi dell’Altro, quando è solo il desiderio dell’Altro che mi fa essere… siamo messi di fronte al paradosso di un desiderio che anziché ritrovarsi nel desiderio dell’Altro vi si smarrisce. In questo caso si tratta di una patologia nevrotica del desiderio. … nel senso che non sono più in grado di desiderare nulla se non passo attraverso il desiderio dell’Altro, se non è il desidero dell’Altro a dire quale sia o quale debba essere il mio desiderio. … il desiderio è anche, come affermerà risolutamente Lacan ‘ il desiderio di avere un proprio desiderio.’ ”

 

Ancora una volta, alla divisione e contrapposizione degli elementi di un rapporto, nello specifico padre e figlio, alla presunta inconciliabilità, aut-aut, la maturazione psicologica delle persone conduce invece alla riconciliazione, con sé e con l’altro, e alla fecondità di tale rapporto, et-et.