PRENDERSI CURA DI SE’

 

Da “ Di bene in peggio” di Paul Watzlawick, ed. Feltrinelli

 

“ Esistono infatti esseri umani che si escludono dalla loro stessa bontà. Di primo acchito questa constatazione può stupire, e anche la Bibbia sembra non condividerla, laddove ci esorta ad amare il prossimo (almeno) quanto noi stessi.

Questo tuttavia non era il caso di Jànos Jankò, proveniente dalla cittadina ungherese di Varumnyihàza.

… Era come se la pace interiore che fino a quel momento era riuscito a conservare si fosse rivelata in tutta la sua provvisorietà, come se da sempre nel suo intimo avesse covato un conflitto che finalmente si palesava. Se si fosse potuto scrutare in lui dall’esterno, l’impressione sarebbe forse stata quella di un diabolico conflitto tra due personalità: da un lato un crudele tiranno medievale, dall’altro la sua vittima indifesa che egli teneva prigioniera, costantemente minacciava, privava del cibo e del sonno. Jànos Jankò tuttavia non scorgeva tutto ciò. Avvertiva solo un senso di vuoto interiore e una crescente inimicizia nei confronti di se stesso, così intensa quale non aveva mai provato per nessun altra persona. Il fatto che si sentisse vagamente minacciato, che dimagrisse e soffrisse d’insonnia erano per lui manifestazioni inspiegabili e relativamente poco importanti. In ogni caso il medico non era riuscito a risalire ad alcuna causa fisica.

Passavano i mesi, ma non il gelo e la vacuità del mondo. Pure – tornava costantemente a farsi presente- , tutte le sue modeste esigenze venivano soddisfatte, la salute non l’aveva ancora abbandonato ed era abbastanza contento delle sue condizioni materiali di vita.

Eppure tutto gli risultava insopportabile. Se la vita non ha senso, che senso ha allora vivere?

… Nella sua ricerca del senso e del nome (non conosceva l’oggetto della propria ricerca ndr.) il “nostro uomo” , al pari di Faust, girava il mondo, coglieva ogni occasione, prestava ascolto al proprio intimo e chiedeva “ E’ questo che cerco?”. Ma la risposta era sempre: “No, non è questo”.

… Spesso accadeva che una donna, ancora non conquistata, fosse l’incarnazione di tutti i suoi desideri: poi, era solo un altro corpo. Quindi veniva l’amaro addio, e con esso tornava l’illusione, resa ancor più fulgida dalla sensazione di aver perduto il paradiso. Ad essa seguiva nuovamente il vuoto. Si sentiva tradito, ingannato, escluso. Avesse avuto fede in Dio, Lo avrebbe accusato di respingerlo. Essendo ateo, di tanto in tanto, vagheggiava l’ipersoluzione del suicidio, perché i suoi dubbi si facevano più acuti e parevano coprire e soffocare ogni cosa. A che scopo continuare a vivere?

… Un giorno però vi fu una piccolissima svolta, proprio una di quelle che, essendo molto piccole, provocano grandi mutamenti. Egli cessò di chiedersi se avesse finalmente raggiunto l’obiettivo della sua ricerca e si rese conto che un qualsiasi “questo” ( “è questo che cerco?” ) non poteva mai essere altro che un “nome attribuito a qualcosa che era in lui e non nel mondo esterno” : e i nomi altro non sono che suoni e fumo… il mondo non può privarci di ciò di cui è privo, tornava a ripetersi con sua enorme meraviglia … Improvvisamente capì che la ricerca era stata l’unica causa del suo non trovare, che nel mondo non si può trovare, e non si può quindi “avere”, ciò che da sempre si “è”.”

 

L’autore, a nostro parere, sembra volerci indicare che la ricerca finalizzata al possesso, al controllo di un qualcosa che assicuri, una volta per tutte, il nostro star bene, la felicità, sia un’illusione.

Il prendersi cura di sé inizia quindi da una sana rinuncia all’idealizzazione di un obiettivo cui sacrificare l’accettazione del momento presente, l’accettazione di sé.

 

Dolores Mosquera in “Diamanti grezzi”, ed. Mimesis, individua alcuni principi basilari del prendersi cura di sé.

 

“… gli elementi fondamentali di una sana cura di sé sono: guardare se stessi con “i migliori occhi possibili”, guardarsi con “occhi realistici”, riconoscere e validare le proprie necessità, proteggersi in modo adeguato e raggiungere un equilibrio fra le proprie necessità e quelle degli altri.

Guardare a se stessi con i migliori occhi possibili. Essere la/ il migliore amica/o di se stessa/o con tutta l’empatia, l’affetto e la fedeltà che ne derivano…

Guardare se stessi con occhi realistici. Un buon amico ci dice quando facciamo un errore, con affetto ma con chiarezza. Crederci sempre i migliori, non accettare quando sbagliamo, essere sempre concentrati su quello che gli altri fanno male o in ciò che dovrebbero cambiare non ha nulla a che vedere con l’autostima… è importante … riconoscere la propria parte di responsabilità nella vita, essere capaci di mettesi nei panni dell’altro. Per accettare se stessi non è necessario pensare di essere perfetti o migliori degli altri. C’è solo bisogno di sentirsi “sufficientemente buoni”, così come si è.

Riconoscere e validare le proprie necessità. Questo significa essere coscienti delle proprie necessità, basandosi sulle sensazioni più elementari. Un bambino che cresce essendo ignorato o spinto a provare vergogna rispetto alle proprie necessità emotive e fisiche basiche manca di una chiara discriminazione fra diverse sensazioni e necessità e, come adulto, può sentire un malessere indefinito… . Quando questo accade, la persona ha bisogno di imparare a identificare le proprie sensazioni ed emozioni, a prestarvi attenzione e a considerarle rilevanti e importanti…

Proteggersi nel modo adeguato. Quest’attenzione nei propri confronti si lega alla necessità di porsi dei limiti. Quando i caregiver non riconoscono i limiti del bambino e/o falliscono nel delineare limiti sani, il futuro adulto non solo si sentirà in colpa per avere l’impulso a mettere limiti, ma potrà anche mancare realmente di un modello interno o del riconoscimento di dove dovrebbero stare quei limiti.

Raggiungere un equilibrio fra le proprie necessità e quelle degli altri. Alcune persone si dibattono in un pensiero” bianco o nero” o “ tutto o niente” perchè non hanno appreso modalità sane di trovare un equilibrio fra più necessità in conflitto fra loro. Le persone che non riconoscono o non danno importanza alle proprie necessità possono centrarsi sulle necessità degli altri e ignorare le proprie. Dall’altro lato, alcune persone sono così focalizzate sulle proprie necessità che non sono capaci di pensare a quelle degli altri, creando loro problemi nelle relazioni interpersonali.

 

Wunibald Muller in “Prendersi cura di sè” ed. San Paolo, offre un apporto riflessivo ed esperienziale sull’argomento.

 

“ Se attraverso la vita a cuore aperto, allora mi affido al mio cuore, allora uso il cuore come un radar e una bussola….

Se attraverso il mondo a cuore aperto, potrò lasciare entrare molte cose, mi lascerò commuovere – anche profondamente – e agirò in modo spontaneo. Contemporaneamente, riceverò molte cose in dono e verrò costantemente arricchito. Chi, di contro, vive con il cuore sigillato, sarebbe come se andasse in crociera nella stiva di una nave, come dice molto bene Alexander Lowen : non comprenderebbe nulla del significato, della componente avventurosa, degli stimoli, della bellezza della vita e non sarebbe nemmeno in grado di donare, di contribuire in qualche modo alla vita di altri uomini…

Per impedire che il mio cuore si indurisca non solo nei confronti degli altri, ma anche di me stesso, è importante che io torni sempre da me… E’ dell’attore Karl Valentin il detto : “ Oggi vado a trovarmi. Spero di essere in casa!”. Se sono davvero presente a me stesso, allora vado davvero incontro a me stesso.

 

Entrare in contatto con se stessi comporta anche contattare il Sè, il “centro” di ognuno. Roberto Assagioli, fondatore della psicosintesi, propone, finalizzato allo scopo, un esercizio di cui riportiamo la parte finale.

“Rilassati, chiudi gli occhi e dì a te stesso: ciò che io sono nel profondo, ciò che mi costituisce, è più del mio corpo, più dei miei sentimenti, più dei miei desideri e delle mie aspirazioni, più dei miei pensieri. E’ il mio Sè, quel luogo in me che mi qualifica, che rimane immutabile, che mi costituisce nel profondo. Con questo sostrato cerco di venire in contatto. Voglio sentirlo, voglio lasciarlo agire su di me. E’ quel sostrato che costituisce le mie fondamenta, nel quale io mi esprimo nella maniera più completa…”

 

“Faccio qualcosa di buono per me quando… non smetto di cercare di organizzare la mia vita, la mia giornata, e di difendere lo spazio di manovra che è in mio possesso… Allora, stabilisco io – per esempio – il modo in cui la mia giornata avrà inizio e si concluderà… Così Anselm Grun : “Quali sono i rituali con cui inizio e termino la giornata?… Nei rituali ... si deve esprimere ciò che è importante per me… nei rituali scopro la mia identità.”

 

Il rituale, un richiamo, un contatto col Sé, come ad esempio una breve meditazione, il respiro consapevole, “momenti in cui io mi ritiro, interiormente o esteriormente, prendo contatto e mi trattengo con me stesso… addirittura parlo con me stesso, permettendo in tal modo che venga a galla tutto, gioia, frustrazione, dolore, rabbia, gratitudine, noia.”

 

“L’arte di essere buoni con se stessi è strettamente legata all’arte di saper dire di no. Dico di no a una preghiera, una richiesta, un’attesa, qualora un mio “sì” contenga in realtà un “no” verso di me.”.

 

L’agire di coloro che non sanno porre un limite alle esigenze e richieste altrui, che abitualmente assecondano “… viene guidato da forze e umori che hanno perso il contatto con il proprio centro e che si possono trasformare molto rapidamente in sensi di colpa, atteggiamenti negativi verso se stessi,complessi di inferiorità.”

 

“… Se viene trascurata quella componente fatta di amore, gioco, fantasia, attività libera e creativa, danza, arte e cultura, allora l’uomo perde il proprio equilibrio, diventa anche nelle sue azioni sempre meno armonico.”

 

L’inquietudine, il disagio interiore sono inevitabili quando ci sono esigenze, parti di noi in conflitto tra loro, quando alcune dominano prepotentemente mentre altre rimangono mute, censurate. E quando questo compito è difficile per il soggetto, diventa un atto di responsabilità e amore per sé la decisione di intraprendere una psicoterapia.