BAMBINI ED EMOZIONI: LA VERITA’ CONDIVISA

Il contatto col bambino piccolo, soggetto emotivo per eccellenza, ci spinge a tuffarci nella nostra emotività, a confrontarci con essa; è come se il bambino ci sollecitasse “tu adulto, a che punto sei col tuo emotivo, sei in contatto, lo ascolti, accetti, manifesti, ne sei consapevole, lo sai gestire o sei prigioniero del mentale?”.

 

Nell’emotivo il bambino si disvela, si mostra anche nella propria vulnerabilità e “tu, adulto, sei maturo al punto da sentire, condividere la tua vulnerabilità e accogliere la mia anche se può suscitare in te disagio e sofferenza ?”.

 

Isabelle Filliozat in “Le emozioni dei bambini” ed. Piemme cita un testo di Janusz Korczak :

 

“ Dici:

è faticoso frequentare i bambini.

Hai ragione.

Aggiungi:

perché bisogna mettersi al loro livello,

abbassarsi, scendere, piegarsi, farsi piccoli.

Ti sbagli.

Non è questo l’aspetto più faticoso.

E’ piuttosto il fatto di essere costretti a elevarsi

fino all’altezza dei loro sentimenti.

Di stiracchiarsi, allungarsi, sollevarsi

sulle punte dei piedi.

Per non ferirli.”

 

L’autrice prosegue: “ Spesso i genitori si sentono inadeguati di fronte all’intensità degli affetti di un bimbo. Basta un niente (agli occhi degli adulti) perché il visetto di un bambino si contragga ed egli scoppi in lacrime. La più lieve frustrazione può scatenare una collera immensa.

Il bambino piccolo è prigioniero dell’immediatezza delle sue risposte emotive, non sa utilizzare il pensiero per guardare le cose in maniera distaccata o valutare la situazione oggettiva. E’ facilmente travolto dai suoi affetti e dunque ha bisogno del nostro aiuto per trovare la via d’uscita….

Il bambino vede il mondo con i suoi occhi. Guardiamoci dal giudicare le sue reazioni. Ascoltiamolo innanzitutto. Cerchiamo di identificare ciò che vive, come associa le cose, ciò che sente e ciò che dice a se stesso.

Ha paura di una lumaca? Che cosa rappresenta la lumaca nella sua mente? ….

Etienne singhiozzava dopo che gli era scoppiato in mano un palloncino…. Sophie ha evitato di consolarlo troppo presto, ma si è chinata verso di lui e gli ha chiesto: - Che cos’è questo palloncino per te?- .

Con suo grande stupore, il piccolo Etienne ha alzato gli occhi verso di lei e le ha confidato tra i singhiozzi: - Tutto muore! Il mio nonnino è morto la settimana scorsa-.

E noi adulti pensiamo che la perdita di un palloncino non sia così grave!

Minimizzando e banalizzando come facciamo spessissimo senza rifletterci, Sophie avrebbe minimizzato il grande dolore di Etienne.

… Il bambino aveva tra le mani un palloncino e improvvisamente si ritrova tra le dita un minuscolo pezzetto di gomma! La trasformazione lo colpisce e inoltre gli pone il problema della sua eventuale colpevolezza, soprattutto se i genitori aggiungono : - Vedi, eppure ti avevo detto di fare attenzione!-… Bisogna sempre lasciarlo esprimere, stargli accanto senza tentare di calmarlo mentre si sfoga, perché piangere, gridare e tremare sono il suo modo di manifestare la sofferenza, liberandosi dalle tensioni per potersi poi riprendere. Fidatevi di lui, perché sa ciò che lo fa sentire bene. Se sapete essere presenti, ascoltare e stargli vicino mentre piange, alle lacrime seguirà il rilassamento.”.

 

Crescendo il bambino fa delle domande dirette all’adulto per soddisfare una curiosità, per chiedere aiuto, per provocare, stare in rapporto, padroneggiare il mondo circostante e le relazioni.

Alla base di tutte le domande c’è comunque un bisogno; spetta all’adulto il compito di leggerlo e dare una risposta.

 

Scrive Paola Santagostino in “I perché dei nostri bambini” ed. Red

“Le domande dei bambini, qualunque cosa sembrino a prima vista, corrispondono sempre a un bisogno, a volte veramente legato alla domanda e a volte no. Spesso si tratta più di un bisogno di contatto, di rapporto con l’adulto, espresso e mediato con la modalità della richiesta di informazioni, ma non per questo meno vero e impellente.

Se è sempre necessario prestare attenzione e rispetto alle domande, non è invece sempre necessario avere le risposte pronte.

… I bambini hanno la tendenza a generalizzare, a non distinguere il concetto di ‘adesso’ da quello di ‘sempre’, perché non hanno, specie se sono piccoli, un’idea di tempo ben definita. E’ un concetto che si struttura piano piano… - smettila di fare domande- non significa : - smettila in questo momento-, ma : - smettila in assoluto-. E non è affatto bene che il bambino la smetta in assoluto!….

La domanda è mossa da un bisogno, che se non è estremamente pratico è comunque strettamente psicologico. E in termini psicologici il movente più comune è il bisogno di sicurezza…..

rassicurazioni su se stesso, sulle proprie capacità, possibilità o qualità; rassicurazioni sugli altri, sul fatto che l’ambiente circostante lo ami, lo accetti e lo apprezzi. La sensazione di essere amato, e quindi amabile, è essenziale per lo sviluppo del bambino, fa parte del suo ‘pane quotidiano’. ….

- Ma tu mi vuoi bene?- chiede esplicitamente o implicitamente il bambino. - La risposta deve essere sempre ‘Sì’ ” - contestualizzandola- “ Sì, ti voglio bene, anche se adesso sono arrabbiato con te perché…- .

….Non essere amato è per il bambino la più terrificante delle condanne. …

Il dolore di un bambino, fosse pure per la rottura del suo giocattolo preferito, è molto più intenso di quello di un adulto in circostanze ben più drammatiche, esattamente perché lui è un bambino e quindi lo vive in modo diretto e totale, senza la capacità di attutirlo in nessun modo.

… ma soprattutto il bambino non sa affatto che ‘passerà’. Nella assoluta immediatezza e totalità del suo dolore non ha idea del fatto che dopo 10 minuti tutto sarà diverso. Occorre un notevole senso del tempo, e soprattutto il ripetersi dell’esperienza, per comprendere che qualunque dolore, per forte che sia all’istante, verrà poi lenito dal tempo.”.

 

I perché dei bimbi sollecitano una risposta dell’adulto. Ma se la risposta non viene? Se all’attesa del bambino corrisponde l’assenza, il silenzio o la mistificazione dell’adulto? E se queste domande, spesso implicite, sono fondamentali per i bambini in quanto li toccano da vicino, riguardano, ad esempio, il clima familiare che essi respirano quotidianamente e di cui si nutrono?

 

Da “Traumi psicologici, ferite dell’anima” di I. Fernandez, G. Maslovaric, M. Veniero Galvagni, ed. Liguori.

“… se è vero che i bambini sono molto più vulnerabili ai traumi è altrettanto vero che quando sono ben supportati dai genitori e da altre figure di riferimento, hanno una capacità di recupero straordinariamente più veloce degli adulti.

… Un’omissione molto traumatica per il bambino riguarda la lontananza emotiva del genitore che non partecipa ai suoi stati d’animo, non coglie le sue richieste, non esprime affetto e vicinanza fisica.

… ma cosa succede, se invece di spiegare la realtà, i genitori scelgono il silenzio pensando di ‘proteggere’ i figli? Spesso ci sono informazioni sugli accadimenti in una famiglia che vengono trasformati in veri e propri ‘segreti’, inenarrabili e inaffrontabili, dei tabù.

… la fantasia dei bambini colmerà questi ‘non detti’, e i segreti di famiglia si trasformeranno in mostri creati per dare un senso alla sensazione di paura.

… non solo. Può anche accadere che il bambino scelga il silenzio per paura di ferire il genitore e vederlo stare ancora più male.

… le ragioni principali che portano i genitori a non spiegare le cose dolorose che succedono in famiglia sembrano essere riconducibili ai meccanismi di difesa nei confronti del loro stesso dolore per quello che è successo e alla mancanza di capacità di gestione di situazioni complesse dal punto di vista emotivo.

… il bambino che non riceve una onesta e reale condivisione di quanto succede, tende a formarsi una interpretazione propria dei fatti osservati o, per esempio, penserà di non meritare di essere messo al corrente e vivrà un vissuto di svalutazione o trascuratezza. Una delle interpretazioni piuttosto frequenti che fanno i bambini è quella di ritenersi colpevoli di quanto successo o di quanto non va. Alcuni bambini possono incominciare a credere di essere cattivi o di essere in qualche modo sbagliati.

… narrare la verità ai bambini più piccoli può significare farlo attraverso una fiaba creata ripercorrendo gli eventi reali, che arrivi a trasmettere i nuclei di contenuto più salienti, oppure attraverso il disegno, il gioco o qualsiasi altra modalità comunicativa in sintonia con l’età.”.