GUARDARE, VEDERE, RESTARE

 

 

Spesso, condizionati dalla storia personale, dall’ambiente socioculturale, dai media, vediamo l’altro, la realtà non per quello che è, ma con lenti deformanti: attribuiamo all’altro sensazioni, intenzioni, giudizi che ci appartengono.

 

Anthony de Mello in “La preghiera della rana”, vol. I ed Paoline, ci consegna questa consapevolezza in modo umoristico, nella storiella “La pantomima papale”, ambientata a Roma nel medio evo.

Il papa, pressato dai suoi consiglieri affinché cacciasse gli ebrei da Roma, propose una sfida teologica tra lui stesso e un loro rappresentante. In caso di vittoria dell’ebreo questi avrebbero potuto restare. Poichè nessuno dei sapienti ebrei se la sentiva fu dato l’incarico al custode della sinagoga. All’inizio della sfida “ Il papa sollevò solennemente un dito e tracciò un arco nel cielo. Subito l’altro puntò l’indice con decisione verso terra.

Il papa parve piuttosto sconcertato. Alzò con ancora più solennità il dito e lo tenne fisso davanti al viso del custode. Allora questi sollevò tre dita e le tenne rivolte con altrettanta fermezza in direzione del papa, il quale apparve esterrefatto per quel gesto. Infine il papa portò la mano sotto la tunica e ne estrasse una mela, al che il custode affondò la mano nel sacchetto di carta che aveva con sé e tirò fuori un pezzo di pane azzimo.

A questo punto il papa dichiarò a voce alta: - Il rappresentante degli ebrei ha vinto la contesa- ….

Il pontefice invitato dai cardinali a spiegare la contesa “ si terse il sudore dalla fronte e rispose : quell’uomo è un grande teologo, un vero maestro di disputa.

Io ho incominciato tracciando un largo gesto della mano nel cielo a indicare che l’intero universo appartiene a Dio, ed egli mi ha puntato il dito verso il basso per ricordarmi che c’è un luogo chiamato Inferno dove il diavolo regna supremo.

Allora ho alzato un dito per far capire che Dio è uno solo. Immaginatevi il mio stupore quand’egli ha sollevato tre dita per indicare che quest’unico Dio si manifesta in tre persone, dimostrando così di aderire alla nostra dottrina della Trinità!

Sapendo che sarebbe stato impossibile avere la meglio su un simile genio della teologia, decisi alla fine di portare la disputa su un altro settore.

Ho tirato fuori un mela a significare che, secondo certe recenti teorie, la terra è rotonda, e subito lui ha mostrato un pezzo di pane non lievitato per ricordarmi che, secondo la Bibbia, la terra è piatta. Non c’era altro da fare che concedergli la vittoria”.

Nel frattempo gli ebrei chiesero chiarimenti al custode. “Pensate: prima di tutto il papa fa un gesto con la mano come se volesse dire a tutti gli ebrei di andarsene da Roma.

Allora io indico verso il basso per fargli capire che non abbiamo nessuna intenzione di muoverci di qui, e lui mi punta contro il dito con fare minaccioso come per dire : non fare il furbo con me!

Io puntai tre dita per spiegargli che lui lo era stato tre volte tanto con noi nell’ordinarci arbitrariamente di andarcene da Roma.

E infine vedo che lui tira fuori la merenda e allora anch’io prendo la mia.”

 

Alexander Lowen in “Bioenergetica” ed. Feltrinelli ci ricorda che lo sguardo è una preziosa forma di comunicazione.

Una comunicazione profonda che, all’origine della vita, pone le basi di un’identità solida nel neonato.

E’ una comunicazione potente mediante la quale “riconosciamo” l’altro e gli “confermiamo” il diritto di esistere ai nostri occhi in un rapporto autentico di pari dignità.

“Il linguaggio del corpo contiene la saggezza dei secoli, non ho dubbi sulla veridicità dell’affermazione che gli occhi sono lo specchio dell’anima”… “ … gli occhi sono le finestre del corpo, perchè rivelano le sensazioni interiori. Ma, come tutte le finestre, possono essere chiusi o aperti. Nel primo caso sono impenetrabili; nel secondo possiamo vedere dentro la persona.

Gli occhi possono avere uno sguardo vuoto e distante. Gli occhi vuoti danno l’impressione che – non ci sia nessuno- . Guardando in quegli occhi si ricava un’impressione di vuoto interiore. Gli occhi distanti indicano che la persona è assente, se n’è andata chissà dove. Possiamo farla tornare attirando la sua attenzione. Il momento del suo ritorno coincide con il contatto che si stabilisce fra i suoi occhi e i nostri quando ci guarda e ci mette a fuoco.”

“… bisogna guardare con calma gli occhi di una persona non fissandolo nel tentativo di penetrarli ma lasciando che sia l’espressione a emergere. Quando ciò accade si prova qualcosa, si sente l’altra persona.”

“… il contatto degli occhi è una delle forme più forti e più intime di contatto tra due persone. Coinvolge la comunicazione di sentimenti a livello più profondo di quello verbale: è quasi un contatto fisico, un toccarsi.”.

“… Il contatto degli occhi è probabilmente il fattore più importante del rapporto tra genitori e figli, specialmente nel rapporto di una madre col figlio neonato. Si può osservare come durante l’allattamento il bambino alzi sempre gli occhi verso la madre per stabilire un contatto con gli occhi di lei. Se la madre risponde con amore, i due condividono il piacere dell’intimità fisica, che rinforza il senso di sicurezza e di fiducia del neonato”.

“… alcuni popoli primitivi usano l’espressione – ti vedo- come forma di saluto”.

 

J. Krishnamurti in “A se stesso” ed. Ubaldini ci parla di una osservazione “pura” in cui l’osservatore non si “appropria” della realtà osservata mediante categorizzazioni, giudizi e interpretazioni, ma la lascia libera di essere e di manifestarsi.

“ Alla fine di tutte la foglie, grandi e piccole, c’era una goccia d’acqua che scintillava al sole come uno straordinario gioiello. E c’era una leggera brezza che però, non disturbava in alcun modo né distruggeva la goccia sulle foglie lavate dall’ultima pioggia.”.

“ Quella mattina tutto era vivo. Mentre osservavamo, c’era una sensazione di grande gioia e il cielo era azzurro, il sole stava lentamente uscendo da dietro le colline e c’era luce. Guardavamo il tordo che, posato sul cavo del telefono, faceva cose bizzarre, saltava in alto, faceva giravolte e poi tornava giù allo stesso posto di prima. E mentre osservavamo l’uccello che si divertiva ad avvitarsi nell’aria e a tornare giù, con gridi striduli e gioia di vivere esisteva soltanto quell’uccello, l’osservatore non esisteva. L’osservatore non c’era più, c’era solamente l’uccello, grigio e bianco, con la coda lunga. Quell’osservazione era priva di ogni movimento di pensiero, una pura osservazione del tramenio dell’uccello che si divertiva.”.

 

Anthony de Mello ne “Il canto degli uccelli” ed. Paoline ci riporta ad uno sguardo aperto all’incontro con la realtà, uno sguardo carico di curiosità, stupore e riconoscenza.

“ Buddha mostrò una volta un fiore ai suoi discepoli e chiese a ciascuno di loro di dire qualcosa su di esso. Essi l’osservarono in silenzio per un po’.

Uno pronunciò un discorso filosofico su di esso. Un altro compose su di esso una poesia. Un altro ancora fece una parabola su di esso. Tutti cercando di superarsi a vicenda in profondità.

Etichettatori!

Mahakashyap guardò il fiore sorrise e non disse niente. Solo lui l’aveva visto.”