CONTENIMENTO

 

 

 

La funzione di un contenitore è contenere qualcosa.

In psicoterapia “contenimento” è una parola, spesso usata, che ha un significato ben preciso e di notevole importanza.

 

Nella relazione genitore-figlio, educatore-bambino, uno dei compiti fondamentali dell’adulto è di contenere, fare da contenitore; di cosa? Di emozioni, sensazioni, pensieri che il bambino sperimenta.

 

Il bambino nella scoperta di sé, dell’altro, del mondo fa incontri che ci richiamano i personaggi delle fiabe: fate, streghe, re, regine, malvagi, alleati, mostri, pozioni magiche, incantesimi.

 

A volte però questi personaggi non sono ben definiti, mutano, e quello che un momento prima era la fata si è trasformata in strega, lo strumento magico non funziona più, anzi sembra rivoltarsi contro.

 

La mamma buona che in una situazione non ha capito, accolto, spazientita ha voltatole spalle, improvvisamente mostra il ghigno della strega.

 

Il papà, assorto nei propri pensieri, preoccupazioni, interessi è il re dei ghiacci, che vive in un regno lontano, un luogo inaccessibile.

 

Le proprie risorse, qualità personali, strumenti magici, che hanno funzionato in determinate situazioni, in altre sembrano aver perso la loro efficacia e allora il bambino sperimenta l’impotenza, la sfiducia in sé, nella propria capacità di far fronte a una situazione stressante, interna o esterna.

 

Il mondo interno del bambino, usando un’altra analogia, è un insieme di parti, di forze di diverso tipo, colore, grandezza, forma… un puzzle.

 

Puzzle di pensieri, sensazioni, ricordi, emozioni, interrogativi.

 

Alcune parti, pezzi del puzzle, sono in evidenza, appaiono subito, sono tali da caratterizzare: è un tipo timido/espansivo, vivace/tranquillo…

 

Altre parti sono più nascoste, defilate: bisogni inespressi, gelosie, paure, sentimenti mascherati da indifferenza.

 

Una parte che gioca un ruolo determinante è il “corpo di guardia”, le difese, il controllo.

 

Per sopravvivere, a fronte di situazioni, traumi che hanno scatenato sensazioni, pensieri soverchianti, ingestibili dal bambino, questi ha messo in campo difese, spesso automatiche, per non soccombere all’angoscia e all’impotenza.

 

Difese che hanno “funzionato”, non però “sconfiggendo il nemico”, ma semplicemente isolandolo, creando intorno ad esso un recinto.

 

Tale protezione tuttavia è inefficace contro la paura che il nemico, potenziato, ritorni all’attacco. Non è raro infatti che il bambino subisca “incursioni” tali da minacciare le sue difese: ricordi, immagini, sensazioni legate ai traumi, alle ferite emotive risvegliate da situazioni attuali,contingenti.

 

La parte deputata alla difesa corre il rischio di condizionare, tiranneggiare il mondo interno.

Ad esempio se in passato ha sperimentato la sensazione che il genitore è sordo o indifferente, se non ostile, alle sue emozioni, egli apprenderà che il mondo emotivo non è legittimato ad esistere agli occhi dell’adulto.

 

La parte che si assume il compito difensivo contro la paura di essere giudicato, rifiutato dal genitore imporrà la censura delle emozioni al punto che esse avranno una connotazione negativa, saranno da evitare.

 

Come rimediare a questo eccesso di difesa?

 

Come “convincere” l’automatismo difensivo a considerare un altro punto di vista?

 

Come far sì che le diverse parti interagiscano in modo funzionale?


Quale aspetto di sé può assumersi la funzione di “regista”, coordinatore, contenitore delle diverse parti?

 

Torna in campo il contenimento da parte dell’adulto.

Un contenimento che già alla nascita, e forse ancor prima, la madre assicura, ed è in tale relazione che il figlio si scopre, si conosce, struttura gradualmente una risposta al “ chi sono” e la prospettiva con cui guardare il mondo circostante.

Infatti il bambino piccolo si vede nello “specchio” della madre, forma l’immagine di sé nel rapporto con lei.

 

La madre che è empatica, sintonizzata sui bisogni del figlio, attenta ai suoi segnali e risponde in modo adeguato, gli consente di integrare in un tutt’uno le diverse parti, cioè le diverse sensazioni e manifestazioni di sé.

Un tutt’uno, un’identità autonoma, meritevole di ricevere affetto e in grado di sperimentare sicurezza, fiducia nell’altro come amorevole e dispensatore di cose buone.

 

In parole semplici essere contenuto significa essere visto, riconosciuto per chi si è in tutti i propri aspetti e accolto.

 

Ma se un genitore è carente, cioè non sufficientemente contenitivo in quanto penalizzato a sua volta, nella storia personale, da rapporti, situazioni, ambienti disfunzionali?

 

E’ ormai noto che traumi non risolti si trasmettono di generazione in generazione.

 

Genitori che hanno subito ferite emotive, soprattutto nelle relazioni precoci, non ancora sanate, possono rispecchiarsi a loro volta, nel dolore e nell’impotenza del figlio ed essere spinti a distogliere lo sguardo, a prendere le distanze, a ignorare i bisogni del bambino per sedare il proprio dolore.

 

Il figlio che si riflette nello sguardo di un genitore emotivamente assente, giudicante o intrusivo può ricavare un’immagine di sè sfuocata, parziale o distorta e, non sentendosi contenuto, cioè visto riconosciuto e amato nel suo essere, si sente costretto ad acquisire altrove, per non stare male, un’ immagine di sé anche se riduttiva, a volte una maschera: il bravo bambino, il ribelle, quello problematico, quello giudizioso cioè “più grande della sua età”.

 

La trasmissione intergenerazionale del trauma è una catena che può essere interrotta da un adulto che si assume il coraggio e la responsabilità di guardarsi dentro, se necessario con l’aiuto di un professionista, di dare voce a quelle parti di sé tacitate o disprezzate, di ridare dignità alla propria vulnerabilità e soddisfazione al bisogno di riconoscersi e volersi bene per chi si è.