GELOSIA

 

E’ un sentimento che viene sperimentato praticamente da tutti, fa parte della presa di coscienza di sé, del valore della relazione con l’altro.

 

E’ stata, ed è ancora, all’origine di tragedie di coppia, familiari, e perciò viene ritenuta negativa e quindi spesso censurata.

 

A ciò si aggiunge il peso dell’imposizione di una morale sul cui altare sacrificare i bisogni soggettivi, piuttosto che un’educazione all’amore per sé e per gli altri.

E’ successo infatti per molti che la condanna della gelosia sia silenziosamente e dolorosamente passata come un testimone da una generazione all’altra, una “malattia” dell’anima tale da suscitare disapprovazione e repressione.

 

Tuttavia anche l’educatore non rigido, moderno, non è esente da possibili contraddizioni.

 

Dato che è compito dell’educatore infatti favorire l’altruismo, la moderazione dell’aggressività, egli si sente in dovere di comunicare in vari modi al bambino l’inaccettabilità della gelosia e questi, per compiacerlo, per meritarne affetto e stima, può soffocare dentro di sé tale pulsione.

 

La gelosia in realtà dà voce al bisogno di amore esclusivo, un rapporto d’amore in cui sia accolta e garantita la propria identità, e al timore di perdere tale amore a causa di un altro, ritenuto migliore, preferibile.

Il timore è amplificato dall’egocentrismo del bambino che, per accogliere e accettare l’altro, ha la necessità di sentirsi riconosciuto, apprezzato come soggetto unico, di valore, amabile, un bisogno magari nascosto, non dichiarato ma sollecitato mediante silenzi, bugie e provocazioni.

 

Il passaggio dall’egocentrismo ad un “sano” altruismo è compito del bambino, ma richiede anche la collaborazione dell’adulto per favorire il clima di fiducia indispensabile perché tale maturazione possa compiersi, avvenire.

Se manca il consolidamento dell’identità in termini di unicità, valore, amabilità, la presenza dell’altro, fratello, sorella o chi per esso/a, è vissuta come oscuramento della propria, sottrazione di un qualcosa di vitale.

 

La gelosia porta con sé anche vissuti di impotenza, auto squalifica, paura: ci si fissa sul rivale poiché non si ha consapevolezza e fiducia in sé.

 

Il bambino, inconsapevolmente si chiede : “Cosa posso fare per attirare l’attenzione di papà, mamma…, per soddisfare il mio bisogno di essere visto, ammirato, lodato”.

L’incertezza di poter ottenere genera ansia, dubbi su di sé “ Sono degno? Mi merito…?”.

 

L’auto squalifica diventa il piedistallo su cui innalzare la figura del rivale.

 

La rabbia per la non responsività dell’adulto, per la propria inadeguatezza spesso trova come bersaglio il rivale.

Ma non sono infrequenti manifestazioni di rabbia verso l’adulto o se stessi, sorta di auto punizioni come l’isolamento, la rinuncia ai propri bisogni, forme di autolesionismo.

 

Se non c’è maturazione psico affettiva, nell’adulto la fiducia di essere una persona di valore si sposta dal campo dell’essere a quello dell’avere; da qui la possessività in tutte le sue gradazioni, fino a quelle patologiche, al gesto criminale “Tu sei mia/o e di nessun altro”, si pensi al fenomeno del femminicidio.

 

Fondamentalmente la gelosia è una difesa, un automatismo difensivo scatenato dalla paura, la paura di perdere il proprio punto di riferimento, che per il bambino è il genitore e per l’adulto immaturo potrebbe essere il/la partner.

 

Spesso il timore di essere lasciato dal partner rimanda a figure genitoriali non interiorizzate positivamente, cioè ad un legame affettivo non consolidato, a vissuti infantili di abbandono o trascuratezza.

Il rapporto col genitore, o di chi ne fa la funzione, per il bambino è questione di sopravvivenza fisica ed emotiva ed è il timore di esserne defraudato/a che scatena la gelosia.

 

E’ bene che i figli la manifestino ai genitori; la manifestazione dei sentimenti, compresi quelli di disagio, è indice di un rapporto di fiducia e autenticità.

 

E’ opportuno tener presente comunque che la gelosia verso fratelli o amici convive anche con sentimenti di affetto nei loro confronti.

 

Per far sì che il figlio conquisti la stima di sé e la consapevolezza dell’amore del genitore necessaria per accettare anche l’altro è utile che il genitore si avvicini al figlio e affronti la problematica apertamente ma con tatto: “Hai paura che vogliamo più bene a tuo fratello/sorella? Pensi che lui/lei sia preferito/a ?”

 

Risulta anche importante evidenziare, con una comunicazione empatica, le caratteristiche positive del figlio: “Sei simpatico/a….bravo/a…. le persone stanno volentieri con te…. Ti ringrazio perché mi hai aiutato a...”. Fare cioè da specchio alle reali qualità positive del figlio.

 

E’ utile cercare inoltre di ritagliare dei momenti di rapporto esclusivi in cui il “rivale” non sia presente.

 

I genitori, a volte, per timore di fare torto a uno o all’altro, di suscitare fantasie negative, gelosie, si guardano bene dal comportarsi in modi differenti con i diversi figli, di differenziarli, ma così facendo appiattiscono il rapporto, scontentando tutti.

E’ bene invece tener presente che ognuno è originale ed essere uniformati, alla lunga, è mortificante.

 

Ovviamente sarà opportuno evitare confronti del tipo: “Tuo fratello sì che è buono…., bravo…, ubbidiente...”.

 

La gelosia comporta rendersi conto dei limiti soggettivi e mette in discussione quindi la sensazione di onnipotenza del bambino.

Per accettare tale realtà ogni bambino impiega tempo e richiede ai genitori molta pazienza per accompagnare i figli in tale passaggio.

 

Per l’adulto affrontare la gelosia comporta mettere le mani in vissuti emotivi pesanti, imbattersi spesso in ricordi traumatici; sollecita la verifica dell’autonomia psicologica personale, la sensazione di dipendenza, la qualità della fiducia in sé, del proprio valore.

 

E’ illusorio nascondersi dietro affermazioni del tipo “Non c’è amore vero se non c’è gelosia”.

 

E’ un atto di responsabilità invece prendere coscienza del proprio mondo emotivo, mettere mano alla propria vulnerabilità anche, se necessario, con l’aiuto di una figura professionale competente.