GENITORI E FIGLI: SPECCHI EMOTIVI

 

Quando si diventa genitori, presto o tardi che sia, si entra in un turbine di esperienze e di vissuti che mette alla prova la nostra interiorità, il nostro modo di vivere, di considerarci e vedere l’esistenza.

 

E’ un’esperienza che ciascuno vive con caratteristiche strettamente legate a come è stato figlio/a, a come si sente come adulto/a, donna o uomo, alle idee, aspettative, paure, convinzioni, conoscenze.

 

Non si può prescindere da tutti questi fattori nell’avventurarsi nella genitorialità, che è per la donna anche fisica e viscerale, e per l’uomo più psicologica e relazionale.

 

Si può dare per scontato, nella maggioranza dei casi, l’affetto e il desiderio di fare del proprio meglio, tuttavia l’impegno e il cambiamento esistenziale che la cura del neonato comportano possono far scoprire le proprie fragilità, difficoltà di tipo emotivo, che la persona può far fatica a gestire. La donna può sperimentare la sensazione di essere “fagocitata” dal figlio, essere spaventata dal peso della responsabilità, essere in difficoltà a gestire la stanchezza, i nuovi ritmi sonno/veglia, i cambiamenti nel fisico, il modo di sentire e vivere la sessualità.

 

Da parte sua il padre si deve confrontare con la presenza del “terzo” nella relazione con la compagna, per taluni scatta la gelosia, e non sono infrequenti i tradimenti proprio in questa fase; i cambiamenti che le necessità di un neonato comportano necessitano di elasticità mentale, sicurezza di sé e del rapporto, capacità di essere “donativi”. Tutto ciò fa parte della conquista personale nel diventare genitori e si acquisisce col tempo, attraverso l’esperienza di convivenza e di accudimento.

 

Essere attenti a sé e a questi aspetti dell’esperienza di essere genitori è un buon primo passo per viverla con maggior serenità e soddisfazione. Il figlio/a suscita forti richiami emotivi al bambino/a che si è stati, e questo può sorprendere e anche collidere con le nostre intenzioni, o credenze su ciò che è giusto fare o “dover” sentire in tale relazione.

 

Inoltre i modelli dei nostri genitori si ripropongono automaticamente e spesso inconsapevolmente: si vorrebbe agire diversamente in alcune situazioni da come si è visto fare, ma non se ne è capaci.

 

Dato che la nuova vita scopre se stessa e si costruisce un’immagine del mondo è un buona opportunità anche per i genitori il riscoprire e ricostruire sia sé stessi che l’immagine del mondo, in un modo che può essere riparativo, liberante e creativo.

 

Non necessariamente si devono riproporre gli stereotipi, le convinzioni, le modalità acquisite, se si scopre che sono limitanti, superate o inadatte a vivere in modo soddisfacente.

 

Una parola chiave che può aiutare è “accorgersi”, cioè essere attenti e cogliere come ci sentiamo, cosa ci aspettiamo, da noi stessi, dagli altri, cosa crediamo di dover sentire, essere, fare e cosa gli altri allo stesso modo debbano sentire, essere, fare.

 

Questa attenzione a se stessi, alle sfumature del proprio sentire, al significato che hanno i piccoli gesti quotidiani, a ciò che sovente viene accantonato come una “sciocchezza”, una banalità, può invece fare la differenza. E’ esperienza comune avere nella memoria uno sguardo, una parola, un gesto che in qualche modo hanno segnato positivamente o negativamente il corso della nostra vita.

 

Piccole cose comunicano comunque significati, intenzioni, tracciano confini e ruoli. E spesso sono piccole le cose che costituiscono la maggior parte del fluire del tempo.

 

I bambini sono fini osservatori e ascoltatori e colgono le differenze, gli sguardi, i silenzi. E’ alquanto illusorio voler credere che non capiscano e non sentano. Ciò che ancora non sono in grado di fare è esprimere a parole con i nostri termini i loro quesiti e il loro sentire. Piuttosto capiscono molto bene e tendenzialmente ubbidiscono alle regole non dette degli adulti: di questo non si può parlare, questo non deve o deve essere detto o fatto. Ci si deve comportare così e non in altro modo… I tabù familiari sono molto forti.

 

Tanto più si è vicini a se stessi, nel senso che ci si ascolta, si dà spazio alle nostre esigenze vitali interiori, a ciò che “ditta dentro”, per dirla con Dante, tanto più si è in grado di entrare in relazione con i figli.

 

Oggi i genitori sono in genere molto responsabilizzati, forse anche troppo, si danno un gran da fare ad accudirli e a seguire i dettami degli esperti, che però cambiano negli anni, creando anche confusione e sensi di colpa.

 

Per ricordare alcuni dictat poi ridimensionati: i bambini vanno lasciati liberi di esprimersi senza limitazioni, bilanciato, ma anni dopo, dall’idea che i “no” sono necessari; i neonati devono essere lasciati piangere in culla, si rinforzano e abituano ai ritmi della vita, smentito dal suggerimento della presenza continua della madre almeno nei primi mesi. No all’allattamento al seno, meglio quello artificiale, contraddetto negli ultimi anni del suo contrario. I genitori devono essere amici dei figli...guai a esserlo…

 

E’ d’altra parte necessario in certe situazioni il supporto e la guida di chi ne sa perché ha speso anni in ricerche e studi e, si spera, in esperienze personali.

 

E’ comunque a partire dalla cura di sé, dall’ascolto del proprio mondo interno, e dalla soluzione di conflitti e nodi interiori che si apre il campo alla possibilità di ascolto, accoglienza e comprensione del bambino.

 

E’ una necessità quotidiana, costante, richiede anche tempo e non sempre è facile, in alcuni casi è necessario un aiuto specialistico, ed è una fortuna che oggi la ricerca offra strumenti di cui le generazioni precedenti non disponevano.

 

La relazione di ascolto e accoglienza coi bambini, varia ovviamente con il cambiare dell’età; è un rapporto asimmetrico, nei fatti, e se il dare è evidente e talvolta anche faticoso, il ricevere dell’adulto è, può essere, consapevole: non sempre i “grandi” si rendono conto di ciò che possono ricevere dai “piccoli”, in quanto questo può entrare in collisione con i bisogni non ascoltati degli adulti, le scelte non fatte o le proprie rigidità. Cogliere il nuovo e il cambiamento non è sempre agevole. Tuttavia è un’opportunità.

 

Va comunque considerato che le difficoltà e i disagi che i giovani manifestano sono tentativi di convivere con se stessi e nel mondo a partire dalle esperienze vissute, ovviamente anche in famiglia. Se si pensa ai temi oggi più citati, il bullismo, sia di chi lo agisce che di chi lo subisce, le dipendenze dai media, le disaffezioni scolastiche, la mancanza di iniziativa o resilienza, si possono individuare, in ciascuna singola storia, delle tracce che portano anche la soluzione: ci sono risposte mancate, frasi non dette, dolori non ascoltati, necessità sottovalutate, e questo da parte di tutti gli attori in gioco, genitori e figli. Anche i genitori necessitano di ascolto, comprensione e supporto, così che possano a loro volta “esserci” nella relazione coi bambini.

 

E’ necessario uscire dalle modalità colpevolizzanti ed accusatorie, piuttosto è più utile e possibile indicare una soluzione, una via d’uscita dal disagio, dalla squalifica, dalla ricerca del colpevole a tutti i costi. Per quanto impegnativa una “bonifica” psicologica porta grandi risultati.