L’ANZIANO E IL MORIRE

Invecchiare per molti significa accusare progressivamente: una serie inarrestabile di perdite.

 

Cessazione dell’attività lavorativa vissuta come esclusione dal mondo, perdita del ruolo che fonda la nostra costituzione, perdita del riconoscimento sociale, rinuncia forzata ad un qualcosa che in molti casi ha riempito e dato senso, soddisfazione, autostima.

 

Viene meno il ruolo di genitore “attivo”.

L’uscita di casa dei figli, superata anche la sindrome del “nido vuoto”, segna comunque la fine di una responsabilità genitoriale che, pur a volte difficile, dava la sensazione di essere necessari, protagonisti dell’educazione dei figli. Il ruolo di “nonno/a” compensa in parte quello di genitore, in quanto la responsabilità è minore, ed è grazie anche a questa diminuita responsabilità, unitamente ad altri fattori, che il/la nonno/a si sente più libero/a dai vincoli delle regole educative e più incline ad un rapporto empatico, emotivo.

 

L’appartenenza a gruppi sociali, anche se mantenuta, può comportare delusioni a fronte della costatazione che bisogna dare spazio alle giovani leve, fare un passo indietro, tirarsi da parte. (...e i politici?!)

 

 

Perdita di autonomia. L’età presenta il conto del tempo trascorso in termini di diminuita prestazione fisica, mobilità e potenzialità; aumento di acciacchi, malattie.

Ciò che prima era tra parentesi, ora è più in evidenza: l’avvicinarsi della scadenza, della fine.

 

Nella vedovanza, nel lutto di amici si sperimenta la perdita di rapporti caratterizzanti l’identità personale; si sperimenta nella carne l’abbandono, la solitudine.

 

Perdita dell’autostima. Tutti i fattori citati possono contribuire allo smarrimento del valore di sé, “non sono più capace di fare nulla, neanche di badare a me stesso, sono solo un peso”.

Se queste costatazioni, oltre che da tristezza e impotenza, sono anche accompagnate da risentimento, rimpianto e un atteggiamento pretenzioso nel cercare l’aiuto, è possibile che tale atteggiamento induca l’allontanamento, emotivo se non pratico, delle persone vicine.

 

Cosa fare?

Lottare, combattere contro il tempo? Negare i cambiamenti? Rassegnarsi?

 

Cosa rimane a seguito di tutte le perdite citate?

 

E’ una riflessione interessante che sarebbe utile fare a qualsiasi età.

 

Cosa rimane di un individuo se vengono tolti nome, età, sesso, professione, stato civile, nazionalità… il corpo.

 

Istintivamente verrebbe da dire “nulla”… azzerati, una realtà quasi impossibile da pensare, figuriamoci da accettare!

 

Esistono tuttavia delle pratiche spirituali basate proprio su tale azzeramento, come ad esempio la meditazione sulla morte.

 

La risposta che la spiritualità dà è: “la vita eterna”.

Infatti ciò che muore è l’ego, cioè l’identificazione con la forma transitoria, il corpo, l’identificazione con la mente

 

Chi sono allora?

 

“La verità è: tu non hai una vita, tu sei vita. L’Unica Vita, l’unica coscienza che pervade l’intero universo e prende temporaneamente forma per fare esperienza di se stessa come pietra o filo d’erba, animale, persona, stella o galassia… La realizzazione di sé significa conoscere chi sei oltre l’identità di facciata, al di là del tuo nome, della tua forma fisica, del tuo passato, della tua storia… Quando riconosci e accetti la natura transitoria di tutte le forme di vita provi uno strano senso di pace”. Da “Parole dalla quiete” di Eckhart Tolle ed. MyLife.

 

Ma allora chi sono?

 

La caratteristica fondamentale dell’ “Io sono” è la pura consapevolezza, la percezione di una “connessione permanente con l’Essere”, e perciò di essere presente infinitamente oltre il tempo e lo spazio.

 

Ma se l’individuo, come spesso accade, si riconosce solo come forma fisica o mentale, permane nell’angoscia dell’azzeramento, della morte come dissolvimento definitivo della propria identità.

 

Non identificarsi nei propri pensieri, emozioni, reazioni è quindi indispensabile per raggiungere la pura consapevolezza, “l’Io sono”.

 

Tolle allo scopo invita ad osservare, accogliere i pensieri, ascoltare le sensazioni senza analizzare, interpretare per non far rientrare il mentale, attivare il controllo.

 

In tal modo si fa esperienza dell’ “osservatore” in noi, osservatore che, in breve, acquisisce anche la percezione di un’energia sottile, una vibrazione, uno spazio interiore, una pace che non sono un prodotto del corpo fisico, della mente, ma ne sono all’origine.

 

Allora anche la morte ha un senso e l’accettazione del morire diventa un’esperienza possibile.

 

“La morte non è il contrario della vita. La vita non ha contrari. Il contrario di morte è nascita. La vita è eterna”. Da “Parole dalla quiete” Eckhart Tolle. Ed MyLife.