1)     Si sente spesso parlare del linguaggio corporeo. Come si può decifrare e  utilizzare nella coppia?

     Ciò che noi comunichiamo col corpo arriva in modo più diretto delle parole e  nel caso in cui il nostro corpo recepisca un messaggio che non concorda con quanto ascoltato, siamo portati a ritenere più “vero” quello che il nostro corpo ci comunica. Ad esempio se l’altro ci dice che “sta bene”, ma noi leggiamo nel suo sguardo, nei suoi movimenti, nella postura una nota stonata, o avvertiamo in noi qualche tensione che prima non c’era, qualche modificazione, ad esempio nel respiro, un senso di tristezza o di oppressione, ci viene spontaneo pensare che in realtà l’interlocutore non sta affatto bene.
     Il corpo è strumento potente di conoscenza, comunicazione, intimità, amore.
     Invitiamo all’abbraccio la coppia, qualche volta anche in seduta, sapendo che possono venir dichiarate tante obiezioni per non farlo, “non è spontaneo…, in  questo momento sono arrabbiata/o…, lui/lei non vuole…”.

     L’abbraccio è cibo per la pelle, e tutti ci tengono a “salvare la pelle”, cioè a  sopravvivere non solo fisicamente ma anche emotivamente, ben sapendo come il dolore psicologico-emotivo possa essere anche peggiore di quello fisico.

     Nell’abbraccio possiamo essere contenuti e contenere l’altro, cioè sperimentare che   le emozioni vengono accolte e condivise, anche quelle “negative” o quelle  a cui non  si riesce ancora a dare un nome. L’abbraccio manifesta  l’intenzionalità di  “esserci”  nel rapporto, anche con la propria vulnerabilità, con  la paura del giudizio.

   Il massaggio è un dono all’altro, “l’arte del dono di sé”, come viene definito nella Biotransenergetica, prendendosi cura dell’altro. Un tempo in cui non ci sono confini tra dare e  ricevere, mentre dò ricevo e mentre ricevo dò: presenza, contatto, accudimento,  passione, tenerezza, sentimento.

   Gli impegni, la routine quotidiana, i figli incombono… non rimane tempo per la  coppia. Trovare il tempo per un massaggio reciproco significa tornare alla  sorgente dell’incontro, vivificare quanto li ha fatti incontrare e scegliersi.

   La sessualità è il desiderio reciproco di appartenersi, di trovare e dare piacere  nell’unione fisica, emotiva e spirituale: un rapporto che origina dall’anima per concretizzarsi nel corpo e che nasce come impulso dal corpo per arrivare all’anima.
Troppo spesso però la sessualità nella coppia diventa campo di battaglia, tavolo di contrattazione, dove difendere e far valere le proprie ragioni, i propri interessi;  viene ridotta cioè a moneta di scambio: “ Siccome ti sei comportato come volevo io allora mi concedo…” oppure “ mi hai fatto arrabbiare e allora mi nego…”.

   Abbracciarsi, massaggiarsi, far l’amore comporta anche rievocare quelle sensazioni  che la pelle del neonato, dell’infante, che siamo stati, ha registrato come comunicazione d’amore originaria, un imprinting incancellabile, una risorsa straordinaria, una melodia che la coppia può far risuonare ogni volta che lo desidera alimentando la fiducia reciproca.

2)  Quando le aspettative di un partner nei confronti dell’altro rischiano di interferire nella coppia?

Nel nostro lavoro incontriamo persone deluse e amareggiate nei confronti del partner e della vita di coppia.

Entrando nel merito delle aspettative durante le sedute, emerge però che la delusione è successiva a una precedente illusione, a volte all’origine del rapporto.

Risulta evidente come il  partner sia stato investito da aspettative irrealistiche: l’uomo o la donna che avrebbe cambiato la vita, avrebbe risolto tutti i problemi, avrebbe portato la felicità dove prima regnava tristezza e solitudine.

Sovente questa aspettativa è incrementata dai commenti delle persone vicine: “Vedrai, quando troverà la persona giusta metterà la testa a posto”.
Trovare il partner “giusto” diventa allora il punto d’arrivo, a volte altrettanto imprevedibile quanto  un terno al lotto.

Quando nella seduta la persona diventa consapevole di tale aspettativa e si assume la responsabilità della propria vita senza delegare al partner, allora, anche quest’ultimo, sentendosi liberato da un ruolo, un compito irrealizzabile, diventa più disponibile al rapporto e più collaborativo.

Si comincia  a respirare un clima più sereno in cui è più semplice individuare strategie per affrontare i problemi individuali e di coppia. Sì, perché occorre distinguere tra problemi personali e di coppia: non si può mistificare!

Se ad esempio uno ha vissuto la vita all’insegna della mancanza di fiducia in sé, non può continuamente chiedere al partner di essere sostenuto e approvato e, alla minima critica, accusarlo di non aver fiducia in lui/lei.

Riconoscendo i propri limiti, accettando e cercando, ove possibile, di superarli, diventa naturale accogliere anche quelli dell’altro, vedendolo per quello che in realtà è, non per quello che vorremmo che fosse. Si evita di santificarlo, salvo poi distruggerlo emotivamente quando non corrisponde alle nostre idealizzazioni.

Per esemplificare, la diversità tra aspettativa reale, costruttiva e aspettativa magica, illusoria, è la stessa  che c’è tra una coppia che affronta la salita alla montagna condividendo il percorso e uno/a che invece pretende di essere portato/a alla vetta in braccio dal partner.

La coppia è un laboratorio in cui si sperimentano ricerca e strategie di benessere, in cui insuccessi e frustrazioni hanno anche possibilità d’esserci, senza che questi comportino  squalifiche.
Si sperimenta una autentica fiducia in sé e nella coppia in cui i limiti reciproci, accolti, possono essere un’opportunità per evolvere singolarmente e insieme.

3) Come comportarsi con le rispettiva famiglie di origine?
 
    Abbiamo incontrato nelle coppie avute in carico una notevole variabilità rispetto ai rapporti con le famiglie di origine: dalla convivenza quotidiana come se ci fosse un’unica famiglia, al taglio netto caratterizzato da distanza emotiva e  assenza di ogni comunicazione, se non per sporadiche accuse reciproche.

    Abbiamo anche assistito a tragici aut aut minacciati da un partner all’altro “ o me o i tuoi” o, al contrario, una rinuncia totale, spesso implicita, al naturale diritto alla privacy della famiglia neo formata, a un confine legittimo, per non perdere i “vantaggi” derivanti dalla sottomissione o fusione con le famiglie di  origine:  vantaggi economici, aiuti nella gestione del menage familiare.

    A volte l’aut aut è dei genitori che osteggiano la coppia, o per non perdere il “possesso” del figlio/a, o perché disapprovano, a volte anche motivatamente, la scelta del partner.

   Noi partiamo dalla considerazione che l’identità dei singoli si è formata
   prevalentemente all’interno della famiglia di origine e, in particolare, nel  rapporto col genitore dello stesso sesso. Tagliare quindi emotivamente con la  famiglia di origine comporta in un certo senso tagliare le radici.

Mantenere un certo tipo di legame emotivo non significa essere dipendenti, ma riconoscere un  rapporto originario ed essere grati dell’affetto ricevuto, affetto che costituisce  una valida risorsa soprattutto in alcune gravi difficoltà in cui la coppia può venire a trovarsi. Tale risorsa è condivisa solitamente dalle coppie in seduta a meno che emergano ferite profonde che i  singoli ritengano di aver subìto da parte dei genitori. Allora viene invocato e giustificato da uno o entrambi i partner il taglio
  netto come unica soluzione. Tale scelta è supportata da un elenco di ingiustizie subìte da parte dei genitori e vengono così legittimati rancore e risentimento.

Lungi da noi fare gli avvocati difensori dei genitori per partito preso; sappiamo anche noi, come genitori, quanto imperfetti, a volte inadeguati si possa essere. Tuttavia abbiamo imparato a riconoscere che dietro le accuse dei figli c’è spesso un disperato bisogno di riscoprire quella parte “buona” sperimentata col genitore, quell’affetto che è comunque arrivato nonostante le frustrazioni e delusioni subìte.

Emerge allora il bisogno di perdonarsi e perdonare…, e quando questo processo di riappacificazione funziona, assistiamo a dei cambiamenti sorprendenti e la coppia si ritrova con una marcia in più.

I genitori del partner, a volte  inconsapevolmente, sono messi a confronto con i propri.
In alcuni casi sono denigrati e ritenuti colpevoli di tutti i difetti del partner, in altri casi, in totale complicità col partner, diventano il capro espiatorio dei problemi del  partner. In altri casi ancora sono visti come migliori, genitori idealizzati  di cui i propri sono una brutta copia.

E’ bene rendersi conto che colpevolizzazione o idealizzazioni rispondono alla personale necessità di difendersi da sensazioni ed emozioni spiacevoli evitando di  affrontare i nodi reali della propria storia o di quella della coppia.

Sciogliendo questi nodi si possono apprezzare le qualità positive dei suoceri senza dover sottostare a compromessi sgradevoli per entrambe le parti.