I FIGLI CI PARLANO CON I LORO COMPORTAMENTI:

 

COME INTERPRETARLI E QUALI RISPOSTE DARE

 

Quello che le parole non dicono!

 

I figli parlano attraverso il silenzio, un gesto, una provocazione, la vicinanza-distanza, la mimica facciale, la postura, l’indifferenza, un’emozione, un sintomo, una malattia, la richiesta insistente di un oggetto, il rifiuto deciso di una situazione.

 

E quando parlano, a volte, si ha la sensazione che la percezione emotiva, quello che il nostro corpo sente, sia diverso da quello che le nostre orecchie odono.

 

Parlano ad esempio di avvenimenti allegri, ma mentre ascoltiamo ci sentiamo un po’ tristi, senza una ragione particolare, e concludiamo dicendoci “Beato lui che è allegro…”; ma sarà realmente così? Lui allegro, noi tristi?

 

Ai figli le parole mancano quando il timore prevale: la paura di scoprirsi, di manifestare i bisogni, la paura o la vergogna di non essere sufficientemente bravi, buoni, belli, intelligenti, amabili e amati, protetti e contenuti…, e di non sentirsi perciò “presentabili”, di sentirsi falliti già in giovane età.

 

Allora magari parlano di un altro, di un compagno, usandolo come paravento per esprimere i propri dubbi, per testare le reazioni dei genitori.

Ad esempio “Il mio compagno Carlo è stato sgridato dalla maestra perché ha picchiato Luisa; cosa diranno i suoi genitori? Cosa faranno?”.

 

C’è il bisogno di sapere, di essere rassicurato sul fatto che sbagliare non comporti tragedie, c’è la necessità di allontanare lo spettro della massima punizione per un bambino: perdere l’amore, le attenzioni e la stima dei genitori.

 

Per scongiurare quest’angoscia ricorrono anche alla menzogna, alla negazione di un fatto evidente: “Non sono stato io” dice il bambino con la mano ancora nel vasetto e la bocca sporca di marmellata.

 

Spesso però i bambini non sanno perché si comportano in un modo piuttosto che in un altro.

 

Agiscono sperando che il genitore, l’adulto dia un senso, un nome al loro agire così da essere rassicurati.

 

Parlano agendo, scrivono con i loro atteggiamenti confidando che il genitore, l’educatore abbia la capacità di decifrare ciò che per se stessi è incomprensibile e allarmante.

 

E’ la tipica fiducia del bambino che crede nell’onniscienza del genitore: “Sa tutto capisce tutto”.

 

Se il genitore non dà un nome al loro comportamento, al loro sentire hanno la sensazione che lo faccia intenzionalmente, contro di loro, perché non se lo meritano… e allora si chiudono o inaspriscono le provocazioni con l’attesa-speranza di un risultato migliore, un miracolo.

 

Quando, invece di una risposta rassicurante, arriva una reazione “intollerante” dell’adulto, si sentono angosciati, persi. Intollerante, come ad esempio, il rifiuto del genitore di stare ancora in rapporto con loro “Non ti voglio più vedere, stammi alla larga, sei un disgraziato, finirai male”.

 

Diventa allora importante leggere i loro comportamenti, interpretarli e dare risposte.

Come?

 

1) OSSERVARE

 

2) ASCOLTARE

 

3) SENTIRE

 

4) INTERPRETARE

 

5) DARE RISPOSTE

 

 

 

 

 

N. B. Le singole voci verranno trattate negli articoli successivi