FIDUCIA

 

Quanto la fiducia verso l'altro è in realtà un obiettivo, un valore quotidianamente cercato, fermamente voluto? Il desiderio dell'altro, del rapporto permea il soggetto nella sua totalità, nel fisico, nelle emozioni e sentimenti, nei pensieri, nella dimensione spirituale? Che cosa significa poi in sostanza fidarsi di...? Quando inizia tale fiducia e la si può perdere? Come la si recupera?

 

E la fiducia in sé? Che rapporto ha con la fiducia negli altri? Viene prima la fiducia in sé o quella negli altri? E' vero che non si può aver fiducia se non si è fatta prima l'esperienza di essere amati, accuditi, coccolati? E se da piccoli si ha avuto la sensazione di poco affetto, accudimento da parte dei genitori...se la famosa fiducia di base è stata carente?

 

Ecco le domande, pur legittime, di chi studia la fiducia, la osserva a distanza, la analizza con sospetto e timore.

Spesso la conclusione è: “per agire bisogna conoscere, per lasciarsi andare occorre prima rendersi conto, valutare bene, fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio”. Conclusione condivisibile, ma che spesso chiude a un gesto di fiducia.

 

Fidarsi significa riconoscere e accettare intimamente, serenamente, profondamente di aver bisogno dell'altro e aprirsi a lui. Aprire un varco nelle difese personali e lasciare andare.

 

Tali affermazioni in alcuni possono suscitare il consenso razionale, morale..."dovrebbe essere così...è bene che sia così", ma spesso si avvertono anche segnali di ansia, il corpo comunica che l'apertura all'altro è vissuta sì come esigenza vitale, ma contemporaneamente è temuta. L'ansia è un campanello d'allarme che avverte della possibilità di un rischio. Quale?

 

L'apertura all'altro, la fiducia possono essere vissute come una minaccia all'identità personale.

 

Aprirsi, lasciare aperta la porta all'altro può significare non essere più padroni del proprio spazio, della propria intimità, non si è più sicuri; significa mettere in mostra i punti deboli, le sensazioni di cui ci si vergogna, prima fra tutte la propria paura. Si diventa vulnerabili.

 

Se però non vengono fatti concreti cambiamenti per entrare maggiormente in rapporto con l'altro affrontando le paure, se mancano le prove di un avvenuto gesto di fiducia, allora emergono sensi di colpa, l’alibi della prudenza, del “ma chi me lo fa fare” non regge al cospetto della intima sensazione di non aver osato e la mancanza di coraggio, se perpetuata, si trasforma in un vissuto di impotenza. " Non ce la faccio a fidarmi, a lasciarmi andare...sono bloccato/a".

Ecco allora che la fiducia nell’altro rimanda alla fiducia in sé, la chiama in causa.

 

Fidarsi di sé significa migliorare la confidenza con il proprio corpo, accettare pulsioni, emozioni, sentimenti, integrarli in una unicità vitale con la mente e lo spirito.

Significa dare credito alla propria capacità di amare e, se tale capacità è solo parzialmente concretizzata, non togliere credibilità a se stessi in una sorta di squalifica autodistruttiva, ma capire che molto probabilmente tale atteggiamento, con radici nel passato, non è dipeso da una nostra scelta... mentre invece è una scelta attuale quella di accoglierci, perdonarci, se necessario, di chiedere aiuto e di non rifiutarlo.

 

Spesso il peggior nemico di noi stessi siamo noi.

 

Come è possibile coabitare con un persecutore interno? Obbedire a questo persecutore, al rigido "dover essere" è una soluzione di comodo, una struttura di sopravvivenza, un prezzo da pagare per sentirsi tranquilli...tranquilli e depressi.

 

Come non sentire l'isolamento, l'abbandono, se non siamo "amici di noi stessi?" , se invece di prenderci cura di noi ci maltrattiamo? Per acquietare il nostro censore interiore, che non è la coscienza morale matura, ma una sorta di codice acquisito più o meno inconsapevolmente, sacrifichiamo la parte migliore di noi, quella più vitale, creativa, generosa.

 

Eckhart Tolle ci ricorda insistentemente che l’egoismo non è un problema personale, un peccato di cui sentirsi in colpa, ma una condizione strutturale di ogni persona in quanto “ego”, e perciò inconsapevole che l’identità di ciascuno è in realtà fondata sull’unione percepita con l’Essere.

 

L’autore sottolinea inoltre che “il senso di colpa è un altro tentativo dell’ego di crearsi un’identità”.

 

Una delle chiavi che Tolle propone per andare oltre l’ego è di “essere presenti”, di essere centrati sul qui ed ora poiché “per l’ego, il presente quasi non esiste; ritiene importante solo il passato e il futuro.” ( Eckart Tolle in “Il potere di adesso” ed. Mylife)

 

Ecco allora che fiducia e presente si integrano: accogliere, vivere il presente è già un atto di fiducia.

 

Noi partecipiamo della vita, non siamo gli artefici assoluti, i padroni; non imponiamo il senso alla vita... lo scopriamo. Perché allora sprecare tempo, vitalità nello sfuggire alla vita ruminando costantemente sul passato o continuamente ipotecando il futuro?

 

Ha avuto successo l'affermazione, più o meno ironica, secondo cui la vita è ciò che ci accade mentre si è impegnati a fare progetti su di essa.

 

La fiducia permette di uscire dalla identificazione con la mente, dalla prigione della razionalità, a volte esasperata ed esasperante, che ricerca e propone solo se stessa come unica e/o suprema dimensione a scapito dell'integrità dell'uomo.

Si pensi ad esempio a quante coppie si sono separate o hanno rischiato di farlo perché abbarbicate a voler dimostrare costantemente chi dei due avesse ragione.

 

Spesso hanno ragione entrambi, ma l’incontro, il riconoscimento dell’altro, l’intimità avvengono su un altro piano, un piano che trascende e include quello fisico, razionale ed emotivo, il piano dell’essere.