VULNERABILITA'

 

" Se potessi qualche volta spegnere la mente come si spegne una radio, il pc, anestetizzarmi ...starei molto meglio". Si ha la sensazione che neppure di notte ci si possa lasciar andare... ci sono sempre situazioni interne o esterne da tener sott'occhio, l'autocontrollo e il controllo sono sempre sollecitati...il lavoro ...la salute...la moglie, il marito...i problemi dei figli...la casa...l'economico... l'aumento della delinquenza, la droga ...la politica internazionale...le guerre…

 

Il Noi, tanto auspicato, pubblicizzato suscita consciamente o inconsciamente sensazioni di diffidenza, sospetto, necessità di tenere le distanze di sicurezza, difendersi da..., controllare per la paura di essere squalificati, manipolati, sfruttati, invasi. A volte, nel soggetto, il sogno di essere felice da solo, il delirio di autosufficienza alimentano l'indifferenza verso l'altro.

 

Solo quando le angosce esistenziali allagano, allora per necessità si apre all'altro quel tanto che basta per far defluire il malessere; la corazza è subito ristabilita e la gratitudine è inficiata dalla rabbia verso sè e l'altro : sè vissuto come debole, non autonomo, l'altro come più forte, tronfio della sua superiorità e stitico nel concedersi.

 

Avere bisogno è vissuto come un'umiliazione, una ferita all'autostima.

 

Ferita, in latino “vulnus”, e vulnerabile è colui che si sente esposto, più di altri, ad essere attaccato, ferito, chi forse è più sensibile al dolore, le cui ferite, fisiche, verbali, emotive, subite magari hanno più difficoltà a rimarginarsi, colui che vede chiaramente e teme la potenziale sofferenza insita in una relazione o situazione.

 

Il piangere, il lasciare scorrere le lacrime, il renderle visibili agli altri è spesso percepito come sintomo di fragilità, debolezza, per l’uomo poi di scarsa mascolinità.

 

In realtà il trattenersi emotivamente, soprattutto nei rapporti significativi, è una manifestazione di impotenza dettata dalla paura di esporsi, che genera distanza all’interno del rapporto e malessere psicosomatico nel soggetto che si chiude.

 

Ma perché allora controllo e autocontrollo, calcolo e freddezza sono spacciati nella nostra società come doti prestigiose, mentre la vulnerabilità, l'emotività sono implicitamente o esplicitamente associate a debolezza o peggio?

 

In realtà dietro l'esaltazione dell'autocontrollo c'è la paura dell'emotività, del lasciarsi andare...Da non dimenticare che l'istituzione per sua natura necessita del controllo e qualche volta o spesso il controllo istituzionale può andar oltre le necessità organizzative di una comunità, vedi l'eccesso delle dittature.

 

Confortati dal buon senso, dall'esperienza in merito al fatto che l'uomo invulnerabile non esiste nella realtà, ma è un artificio letterario o del cinema ci si meraviglia allora di come tante persone facciano di tutto, consumino tante energie nel mascherare ciò che sono, cioè vulnerabili, ossia sensibili, agli atteggiamenti, parole, azioni, omissioni degli altri...ai propri pensieri ed emozioni, sensibili al punto da provarne sofferenza, sensibili al punto, a volte, da negare questo dolore, sensibili al punto da voler rinunciare alla propria sensibilità, da voler perseguire l'ottundimento emotivo, da desiderare l'insensibilità emotiva o fisica: "Tu non puoi farmi niente...non sento niente...non esisti per me"; al prezzo di perdita di vitalità, di senso della vita. I sentimenti fanno paura, hanno fatto soffrire, vanno eliminati.

 

Come far capire che chi più è sensibile al dispiacere però lo è anche al piacere, alla gioia e che una gioia intensa sana le ferite di molti dolori?!

 

Come comunicare ciò che probabilmente ognuno dentro di sé già conosce, cioè che la ferita emotiva è già avvenuta nel passato, ma è indispensabile ora risentirne il dolore per liberarsene, perché se questo dolore non viene visto, ascoltato, compreso, contenuto, pianto, lenito, confortato anche dalla presenza e con l'aiuto delle persone significative per l'individuo, questo dolore genera costantemente sfiducia nell'altro, in sé...pessimismo..è un veleno che impedisce il nascere , manifestarsi di sentimenti, di passioni, un dolore che richiama a sé altro dolore.

 

Il coraggio è quello di accogliere il dolore emotivo.

 

Nessuno mette in dubbio il vissuto soggettivo, il dispiacere provato ancora attuale, ma fermarsi alla colpevolizzazione propria o altrui, o alla fredda costatazione, cronaca dei fatti " le cose sono andate così, punto e basta " è un altro modo per non farsi carico del proprio dolore, non entrare nel merito.

 

Chi ferisce, spesso senza rendersene conto, è vittima di altre vittime, e una giusta azione finalizzata a non subire, a difendersi non esclude comprensione e perdono.

 

La paura di soffrire, nei rapporti più importanti è forte, ma evitarla causa sofferenze ben maggiori: solitudine, isolamento, perdita di senso.

Bisogna innanzitutto riconoscere e accettare di aver paura; solo se si accetta profondamente di aver paura senza squalificarsi, colpevolizzarsi si è disponibili a farsi aiutare.

Il coraggio di accettare di aver paura e di manifestarlo.

 

Leo Buscaglia intitola un suo libro "Nati per amare". Un titolo che ben si addice anche alla storia individuale e collettiva dell'uomo, una consegna, un segno distintivo dato a ogni neonato all'inizio della vita.

Nello stesso testo l'autore, dopo aver esortato a non chiudersi nell'isolamento difensivo, a non permettere che le cicatrici lasciate dall'esperienza si tramutino in una corazza di pelle impenetrabile aggiunge :" Quando la nostra visione interiore sarà abbastanza chiara da lasciar intendere che la vulnerabilità è l'anima stessa dell'amore, noi sicuramente guariremo e saremo pronti a ritentare."

 

La vulnerabilità è l'anima stessa dell'amore. La vulnerabilità è la consapevolezza, la gioiosa consapevolezza che non si è autosufficienti, fine a se stessi e che gli altri sono disponibili al rapporto, non sono lì per giudicare o rifiutare, ma per comprendere e accogliere.

 

E' l'Io che diventa Noi senza tuttavia confondersi con esso. L'autore, perché ciò si realizzi pone una premessa :" Quando la nostra visione interiore sarà abbastanza chiara..." quando prevalgono la paura, l'angoscia non c'è luce interiore, ma buio...tutto dentro e fuori di noi assume toni cupi...ci si aspetta il peggio.

Il contrario dell'amore non è l'odio, ma la paura.

Per accedere all'amore occorre la fiducia, l'antidoto alla paura.

 

E la fiducia, qualsiasi siano le vicende passate, è un’esperienza fattibile a qualsiasi età, in qualsiasi situazione, anche la più tragica.

E’ utile però per far sì che ciò accada creare le condizioni, preparare il terreno al sorgere e manifestarsi della fiducia.