Il bambino, dalla nascita, è un abile ascoltatore di emozioni. Capta gli stati emotivi della madre, e reagisce a questi.

E' ormai consuetudine raccomandare alle neo mamme di mantenersi il più possibile serene, di non cadere e rimanere in stati ansiosi, di parlare con calma e lentamente al bambino poiché egli pur non intendendo le parole ne coglie perfettamente le sfumature emotive. D'altra parte la fragilità del bambino porta spontaneamente a un atteggiamento di delicatezza, di attenzione, di stupore.

Se lasciata libera di vivere la propria maternità senza troppe interferenze esterne, pressioni di vario tipo o pregiudizi vecchi e nuovi di vario genere ogni madre trova spontaneamente il canale comunicativo ottimale col neonato.

E' tuttavia utile che i genitori si allenino a comprendere e interpretare le comunicazioni non a parole dei figli e a rispondere adeguatamente. Per interpretare un pianto infantile è bene ricordare che i bisogni di fondo del bambino, insieme a quelli fisiologici di fame, sete, pulizia, calore adeguato, sono quelli di rapporto.

Il neonato sperimenta la paura della solitudine, per la lontananza dalla madre, sperimenta un forte stato di malessere per la separazione da lei poiché a quell'età non è ancora in grado di pensare che la madre c'è, ma è temporaneamente in un altro luogo. Non vedendola o non sentendone il contatto fisico la vive come scomparsa, inesistente. Ciò crea un'angoscia profonda, è la stessa angoscia che possiamo provare noi di fronte alla morte o che può sperimentare un astronauta perso nello spazio sconosciuto.

A disposizione per chiedere aiuto e uscire da questo malessere ha il pianto, quindi se un bimbo piange in modo prolungato e disperato ed è lontano dalla madre, facilmente l'unica cosa che vuole è la sua presenza, stare in braccio alla madre. D'altra parte il bimbo, che nulla sa del mondo, se non attraverso ciò che ha percepito, filtrato dal liquido amniotico nell'utero materno, conosce la madre e sa, per esperienza propria, che quello è il suo punto di riferimento, la sua protezione, la tutela della sua integrità ed esistenza.

Soprattutto nel primo anno di vita è bene che al bambino non venga lesinata la presenza e il contatto fisico con la madre, giorno e notte. L'allattamento naturale, al seno, da tempo tornato in auge anche presso diverse unità di ostetricia, è la soluzione ottimale, dal punto di vista alimentare, da quello sanitario, da quello psicologico, nonché da quello economico e di praticità.

 

Dal punto di vista psicologico in particolare permette alla coppia madre-figlio di conoscersi, di sviluppare quell'intimità e fiducia reciproca che per il bambino sarà alla base della sicurezza di persona adulta.

 

L'allattamento, il succhiare ha per il bambino molti significati complementari all'atto di nutrirsi: è un nutrimento affettivo, significa la riconferma dell'amore del genitore e della possibilità di fidarsi di lei, significa consolazione, difatti il bimbo succhia anche per allontanare la paura, o per stanchezza, o per gioco.

Inoltre è la base dell'autostima poiché il prendere nutrimento dal seno è per il bambino un' attività molto intensa in cui profonde tutto il proprio impegno, diciamo che è equiparabile a un lavoro per l'adulto.

Ottenere gratificazione attraverso ciò che lui sa fare, che gli viene spontaneo dalla sua natura, gli dà la sensazione di essere valido, adatto al mondo, compreso dalla madre e a lei comprensibile. Tutte queste comunicazioni, fini, non sempre esprimibili o espresse a parole, costituiscono la comunicazione emotiva tra madre e figlio.

Nella primissima fase della vita è bene tenere presente che non esistono i capricci o i "vizi", cosa che a volte si sente dire, come se il bambino avesse l'astuzia o la malizia di raggirare l'adulto col suo pianto per ottenere qualcosa che non gli è in realtà dovuto, un favore speciale. Se un neonato esprime una richiesta, a modo suo, solitamente col pianto, manifesta un bisogno importante che va soddisfatto.

L’indicazione data in un passato recente di allontanare i bimbi precocemente dai genitori altrimenti se ne fanno degli immaturi, dipendenti dai genitori, ha fatto sufficienti danni da poter essere ridimensionata e corretta.

Per un bambino piccolo è di vitale importanza il rapporto coi genitori. Riteniamo importante che il padre si faccia da subito carico dell’accudimento del figlio, non solo per sollevare la madre dalla totale incombenza, ma anche per sperimentare da subito la relazione col figlio, e offrire l’esperienza della propria modalità affettiva.

Se è necessario dare ascolto alle proprie emozioni e a quelle del partner, tanto più ciò vale a riguardo dei figli.

I neo genitori, con la nascita del figlio, vengono spesso rituffati in un passato ancora vivido di sensazioni relative alla condizione di figli nel rapporto con i propri genitori.

Il rivivere certe emozioni è un’opportunità per “purificare” il passato, rivedere la storia personale con occhi nuovi, per evolvere verso atteggiamenti di maggior accettazione, perdono e riconoscenza.

Ciò è facilitato dal fatto che la realtà, se non viene mistificata o negata, presto mette di fronte anche alle difficoltà che il compito di essere genitore riserva e mette a nudo limiti, fragilità personali

che è illusorio e ingiusto addebitare ai propri genitori.

Con una sufficiente dose di realismo e umiltà è possibile sopravvivere alle disillusioni di non essere genitore perfetti o migliori.

Non è raro sentir dire: “ Mi rendo conto che ciò per cui ho ferocemente criticato i miei lo sto facendo anch’io”.

E’ l’occasione per la neo mamma di fare i conti, serenamente, con certi momenti in cui l’amore materno sembra svanire a fronte di sgradevoli sensazioni quali insofferenza, impotenza, rigetto.

E’ il delicato momento in cui il neo padre si trova impantanato in sensazioni contraddittorie: da un lato l’affetto sincero per il figlio e dall’altro il vissuto di dover rinunciare al rapporto privilegiato

con la moglie, ad una realizzazione personale ancora in itinere.

 

Cosa fare?

 

In primo luogo essere autentici con se stessi e con la persona con cui si condivide l’intimità, la responsabilità di essere genitore.

Osservarsi, ascoltarsi senza però drammatizzare e identificarsi nel disagio “se sento così allora sono un genitore...”. Osservare con un certo distacco anche il giudizio che si dà di sé e dell’altro/a.

Se è vero che giudicare è un pensiero automatico, tuttavia prendere una certa distanza dal giudizio è una scelta possibile ed emancipante. Gradualmente non si è più dipendenti dai propri giudizi e sensazioni ma capaci di gestire il mondo emotivo, consapevoli e liberi.

Imparando a prenderci cura responsabilmente e amorevolmente di noi stessi, come farebbe un padre e una madre, viene spontaneo prenderci cura, come genitori, del neonato che, nella sua disarmante vulnerabilità e totale affidamento, stimola l’accudimento.

E’ in tale rapporto che possiamo anche scoprire che il confine tra il prendersi cura di... e affidarsi, arrendersi a… è molto sottile, due facce della stessa medaglia: in ogni figlio c’è un genitore, in ogni genitore c’è un figlio, dare è ricevere, ricevere è dare.