AGGRESSIVITA' E ISOLAMENTO NEI BAMBINI

 

L'atteggiamento aggressivo e quello di rinchiudersi in se', di evitare i contatti sono realtà piuttosto frequenti, sono le due facce della stessa medaglia.




Talvolta l'atteggiamento aggressivo col tempo si modifica e cede il posto a quello di chiusura, di isolamento, a volte scoppi di rabbia improvvisa, ribellioni si hanno in bambini apparentemente calmi e controllati.

Solitamente dagli adulti viene vissuto più angosciosamente l'atteggiamento aggressivo poichè si impone nella sua evidenza, e' pericoloso, coinvolge gli altri bambini, è più destabilizzante, mentre un atteggiamento di isolamento, di poca espressione di sé può essere tollerato, giustificato con la timidezza, scambiato per autodisciplina, tende a farsi ignorare.




Entrambi i comportamenti vanno decodificati, interpretati per capire cosa il soggetto comunica con quella modalità e poter intervenire per mettere in atto un cambiamento verso una situazione più soddisfacente per il singolo e per il gruppo in cui si trova.




Se l'aggressività è un comportamento reattivo, cioè viene messa in atto in risposta a qualcosa vissuto come negativo per il soggetto, la passività è un comportamento di estrema autodifesa, denota paura, sfiducia in se', angoscia.




Di per se' l'aggressività può essere considerata positivamente, è voglia di rapporto, energia, dal latino "aggredior", cammino in avanti, andare verso l'altro.

Spinge a manifestare se stessi, ad agire. In questo senso chi non è aggressivo è portato a subire, a non muoversi, a non reagire.

La mancanza di aggressività, di grinta porta a sentimenti di frustrazione, di rabbia impotente, di auto squalifica, Se l'aggressività non viene portata all'esterno rischia di diventare aggressività verso se stessi, depressione.




Tra i due atteggiamenti quello che più inquieta e' il primo anche se alla lunga per il soggetto è più negativo un atteggiamento di passività e isolamento.




L'energia però che l'aggressività evidenzia va incanalata, utilizzata in modo costruttivo. A tal scopo sono utili i giochi che consentono l'espressione dell'aggressività e al contempo ne stimolano il controllo attraverso regole: il braccio di ferro, il tiro alla fune, gareggiare a chi riesce a trattenere il fiato più a lungo o i giochi di gruppo, con la palla, in tutte le loro varianti.

Con il gioco si elaborano conflitti, si apprendono le regole, si impara ad accettare la sconfitta senza che questo implichi la perdita della stima di sè, la fiducia negli altri.

E' anche bene osservare come i bambini vivono la competizione , e se è eccessiva interpretarla e non alimentarla. Quando il bimbo non accetta le sconfitte e pretende sempre di vincere significa che è insicuro, ed è una buona strategia quella di contenerlo e di rinforzarne l'identità.

E' opportuno rassicurarlo sul fatto che il genitore gli vuole bene, lo accetta comunque.




Anche l'aggressività verbale, espressa attraverso parolacce esige una interpretazione da parte dell'educatore, non ha senso semplicemente vietarla o fornire una spiegazione moralistica "Non si dicono queste cose, non fare il maleducato!" Tali espressioni possono essere provocazioni nei confronti dell'altro che sembra sottrarsi al rapporto oppure sono semplici imitazioni per sentirsi "grandi" o uguali agli altri o ancora esprimono irritazione, la paura e la rabbia che non riescono ad essere contenute ed espresse altrimenti, il timore di essere aggrediti e squalificati porta spesso ad aggredire e squalificare.

L'interpretazione appropriata la si desume dal dialogo coi bambini e dalla sintonia emotiva con loro.




D'altra parte ci sembra altrettanto necessario evitare l'atteggiamento ammiccante e accondiscendente per cui si accetta il turpiloquio e l'insolenza senza far capire il suo vero significato: non è indifferente, non sempre è una battuta comica su cui si ride e si scherza; un insulto è, e tale resta.

Spesso si nota che questa modalità aggressiva e fintamente amichevole, per cui si maltrattano proprio coloro che ci sono vicini, compagni, amici, o familiari, “tanto non è grave, non fa niente”, “è solo una battuta, è uno scherzo”, viene poi intimamente accusato e sofferto dal “bersaglio”, senza la possibilità di difendersi e di reagire, chiamando le cose col proprio nome. E tale atteggiamento di indifferenza,di mistificazione dei significati e degli intenti, può essere alla base di tanto ciber bullismo che provoca poi danni devastanti.




L'età infantile è l'età degli eroi nel senso che tutte le emozioni vengono vissute con grande intensità, in modo assoluto, sono talmente forti che restano impresse nella persona e ne condizionano in parte l'esistenza adulta.




I bambini oltre a sentire fortemente avvertono anche il bisogno di imparare cosa è giusto e sbagliato, cosa è consentito e cosa no, cosa è bene e cosa è male. Un bimbo cui non sono chiari i limiti, che ha la sensazione di poter fare tutto, vive nell'insicurezza, si sente solo, non protetto di fronte a un mondo che non conosce.

L'aggressività può essere la richiesta di limiti, di protezione, e spesso di fronte ad un comportamento fermo scompare.

Le regole della convivenza sono importanti e vanno motivate, in modo che i bambini le condividano, capiscano che sono finalizzate al benessere di tutti e non sono imposizioni arbitrarie imposte dall'istituzione o da chi ha più potere.




L'aspetto emotivo va tenuto in particolare conto perché è il modo di essere del bambino. Se non si comunica attraverso l'emotività non si entra in reale rapporto con lui/lei. E' perciò fondamentale creare le condizioni in cui i bambini possano manifestare, verbalizzare, imparino a dare un nome alle proprie emozioni.




Talvolta i bambini si chiudono nel mutismo. Questo sta ad indicare che c'è della paura, dell'angoscia e auto squalifica: la paura di sbagliare, di dover affrontare sensazioni spiacevoli, di non essere accettati, di non riuscire a fare quanto richiesto, di essere giudicati o derisi dai compagni.

Il blocco è una modalità per cercare di contenere l'angoscia.




Se la verbalizzazione non è sempre facile, grandissima valenza educativa hanno le attività grafiche, il disegno, l'uso del colore, la manipolazione della creta o di altri materiali analoghi, le fiabe, il teatro, movimento e musica, tutte proposte che coinvolgono attivamente il bambino e gli consentono di esprimersi, di fare esperienze vicine ai suoi bisogni.




Il bambino, per accettarsi, ha la necessità che il proprio mondo emotivo sia compreso, accettato e contenuto dall'adulto di riferimento: genitore, insegnante, educatore, allenatore…




COMPRESO: “ho la sensazione che tu, grande, senta e capisca o provi a farlo, ciò che io sto provando in questo momento”.




ACCETTATO: “ho fiducia che ho il permesso di provare, sentire, quello che sto provando”.




CONTENUTO: “sento che non hai paura di quello che sto sentendo/provando e lo rispetti”.




E il risultato di tutto ciò è che

“sento che tu, grande, mi vuoi bene, hai fiducia in me, e continui a volere il rapporto con me anche se quello che io sento/provo, non è quello che tu vorresti.




Il contatto con il mondo emotivo del bambino bussa allora alle porte del nostro emotivo.




Sollecita ad ascoltare, osservare, comprendere, accettare e contenere le nostre emozioni.




C'è qualche emozione nascosta, negata, che chiede di uscire allo scoperto, essere riconosciuta e onorata come espressione di noi stessi.




Giocare a carte scoperte con le nostre emozioni significa avere:

lo sguardo limpido per osservare quelle dei nostri bimbi,

la mente vuota di pregiudizi per accettarle,

il cuore per contenerle.




Entrare in contatto e accogliere le emozioni non significa però necessariamente imporle o agirle.

Oggi si osserva una grande enfasi sulle emozioni, oggetto di spettacolarizzazione e celebrazione, sovente grottesca, dell'ego.




Le emozioni, in realtà, sono una porta sulla nostra interiorità, una guida alla conoscenza di noi stessi in relazione agli eventi della vita. Sono tuttavia fluide, mutevoli ed è importante non identificarsi in esse: ci appartengono ma non ci definiscono né esauriscono.




L'educazione al contenimento passa attraverso la discriminazione della profondità e significatività dei rapporti. Un'emozione particolarmente pregnante, se confidata in segreto a mamma o papà, con la sicurezza della protezione e della riservatezza, cementa il rapporto, dà libertà da eventuali paure, e la possibilità di riconoscerla, gestirla autonomamente in seguito, liberi dal giudizio altrui, che sia di approvazione o meno.