A proposito di scuola…. P. E. A. C. E.
 
Alcuni spunti, un gioco di parole utili all'insegnante, che nella sua libertà di lavoro può fare la differenza tra un'esperienza deleteria e una positivamente memorabile.
 
P come pazienza, cioè la capacità di perdere tempo, di attendere, di non farsi prendere dalla frenesia del “programma”, dei compiti da assegnare, controllare, dal giudizio di genitori, colleghi, dirigenti. Inserire nella propria modalità di vivere in classe la calma, la possibilità di osservare e osservarsi, di fermarsi e vivere l'istante, magari con un po' di gioia, ironia, senso dell'umorismo.
 
E come empatia, la capacità di sentire le emozioni, e con i bimbi e adolescenti ce ne sono a bizzeffe, e di imparare e insegnare a riconoscerle, verbalizzarle, non temerle e gestirle. Imparare a parlare, esprimersi significa in primo luogo questo. Le emozioni sono una ricchezza e più che controllarle e giudicarle la confidenza con esse rende la vita molto più agevole.
 
A come autorevolezza, concetto noto ma da praticare. La guida ferma e serena non necessita di intimorire, di spaventare o minacciare, né di mettersi a bamboleggiare o scimmiottare i giovani. Ciò che di immaturo nell'adulto residua può essere gestito in proprio senza agirlo nel lavoro, anche questa può essere un'occasione per l'adulto di procedere nel proprio processo di evoluzione umana.
 
C come competenza; una buona conoscenza, assimilata e appassionata di ciò che è oggetto di insegnamento produce negli allievi interesse, stimola la curiosità e fornisce anche all'insegnante la possibilità di essere creativo/a e interessante; se l'insegnate ama e comunica l'interesse genuino che prova, fatica molto meno a coinvolgere la “platea”.
 
E come efficacia; tante volte sembra che gli sforzi didattici si infrangano di fronte a risultati magri e deludenti. Per misurare l'efficacia del proprio operato, tenendo conto anche delle responsabilità dei discenti, si possono individuare dei parametri “soggettivi”, non i voti o cose analoghe, ma aspetti più umani e interessanti, tipo: sono sufficientemente sereni quando entro in classe? Manifestano alcune volte commenti, curiosità, interessi inaspettati? Si sentono liberi di dissentire e/o proporre alternative? Acquisiscono modalità di rispetto e accettazione tra di loro?
 
Questi sono solo alcuni esempi, ma ciascuno può individuare parametri personali per valutare se il proprio operato ha effettivamente contribuito allo scopo di educare, ovvero rendere le persone più consapevoli, libere, rispettose di sé e degli altri, in possesso di strumenti mentali, culturali e pratici, e in cammino nella ricerca del proprio modo costruttivo di stare al mondo.

La sopravvalutazione degli strumenti (strumenti, appunto, mezzi, non il fine) di valutazione, verifiche, interrogazioni e simili, a volte fa perdere di vista il senso di un processo educativo – insegnamento e apprendimento - in cui ad imparare, evolvere sono sia i ragazzi che gli adulti.
 
PEACE, pace, è ciò di cui c'è bisogno, nel quotidiano e nei rapporti in cui abbiamo una qualche responsabilità; creare un ambiente in cui lo stare bene, il sentirsi accettati, lavorare e impegnarsi con serenità sono obiettivi prioritari è un sicuro aiuto al mondo; il nostro essere in pace, interiormente e con gli altri, si può diffondere in una catena infinita.