Alla riscoperta o scoperta dei vari aspetti della nostra vita, così come dell'amore, del lavoro, del rapporto con la natura, col mondo, anche il rapporto col cibo e con il nutrirsi, oggi vive una grande fase di elaborazione.

Dato che le possibilità di informazione e condivisione oggi sono tantissime, idee, nozioni nuove e vecchie rimbalzano, sicché le ultime novità si sovrappongono a cose risapute, magari trovate da chi non le conosceva e postate come la scoperta del secolo, per cui nel gran bazar della comunicazione c'è veramente di tutto ed è utile trovare criteri per filtrare e valutare ciò che viene proposto.

Come sempre è utile partire da se stessi, da un ritrovato e riconfermato ascolto di sé, dei messaggi del proprio corpo, del mondo emotivo, dell'osservazione di ciò che siamo. Naturalmente per fare ciò è necessario un po' di silenzio, interiore e attorno a noi, e di essere lasciati anche un po' in 'solitudine', senza inviti, offerte, consigli dall'esterno.

Alimentarsi è il primo gesto che si compie dopo essere stati partoriti e l'aver iniziato a respirare, è noto che il riflesso di suzione si manifesta nella prima mezz'ora dal parto, ergo l'importanza di 'attaccare' al seno il neonato in quel lasso di tempo. Si può notare che si parla di attaccamento, anche in senso psicologico, come del legame affettivo fondamentale con la madre, a garanzia di un buon equilibrio psichico.

E questo 'attaccarsi' porta con sé inestricabilmente il piacere: è piacevole la sensazione del contatto delle labbra del neonato con il capezzolo della madre, il tepore del liquido che scende nell'esofago e nello stomaco, il sentirsi 'pieno' a livello gastrico, differentemente dalle sensazioni di vuoto e di contrazione, che poi impariamo a definire come 'fame', il sentirsi contenuti nell'abbraccio materno, ritrovando calore, sguardo, suono, che sia il battito cardiaco della madre, la sua voce o la sensazione emotiva che questa emana. Ciò comporta che si impari che il gusto del latte che si introduce è piacevole, è quello giusto. Contemporaneamente, il primo insegnamento che la vita ci propone è che se vogliamo qualcosa è necessario agire per ottenerla: piango disperato finché qualcuno arriva, quindi imparo a chiedere, poi mi do un gran daffare a succhiare, altrimenti non esce niente, anzi, più me ne occorre più succhio!

Quindi il legame tra vita, alimentarsi, piacere e azione è inestricabile.

Allora si potrebbe riflettere e osservare se e come si vive il piacere alimentare, quanto sia legato o meno alla presenza altrui, la modalità di conquista del piacere in senso lato o la passività della sola attesa.

Se osserviamo la nostra modalità di mangiare possiamo capire alcune cose utili su di noi: dimmi come mangi… c'è chi mangia in silenzio, concentrato sul cibo, sul gustarlo, quasi un rituale, o un angolo di pace per sé, chi ama mangiare in compagnia e gusta un pasto solo con gli altri, e se solo, butta giù qualcosa velocemente, chi ingurgita per dovere, o con rabbia, aggredendo i bocconi, chi sbiascica, manifestando un certo disgusto, un'insoddisfazione sottilmente rabbiosa o vittimistica, “nulla mi può soddisfare, o nulla è sufficientemente buono per Me!”, oppure “non me lo merito”, chi manifesta superiorità riguardo alle cose 'materiali', chi è lento, chi è vorace e quasi non mastica, chi è indifferente, e chi non pensa ad altro, chi è fissato su una certa alimentazione, ne fa la sua 'arca' di salvezza nella vita, come se ogni problema si potesse risolvere attraverso un certo stile alimentare. Non parliamo qui poi delle varie patologie alimentari che sono comunque molto presenti nella società.

 

E come corollario all'alimentazione si potrebbe, solo di sfuggita, notare quante disfunzioni striscianti sono esperienza quotidiana, e quindi “normale”, relativamente all'evacuazione!

Quando si parla di cibo è come tornare alle origini, cosa è più rassicurante, anche psicologicamente, del pensare al cibo? E nella confusione attuale forse si sente l'esigenza di riprendere le fila della vita, di ricominciare da capo, dalle cose basilari.

Non a caso negli ultimi anni l'interesse collettivo per il cibo è così presente, diffuso e a volte dominante.

C'è bisogno di rassicurazione, di semplicità, di cose a nostra misura, gestibili, comprensibili, alla nostra portata. Quante persone vivono nello stress della fretta, nella preoccupazione per il futuro, con il timore di situazioni terrorizzanti e non prevedibili, governabili, e gestibili?

Dal terrorismo all'immoralità diffusa, “non ci si può fidare più di nessuno”, dalle crisi nei rapporti personali alle difficoltà lavorative, all'inquinamento, gli scenari sono angoscianti, e costantemente riproposti in ogni comunicazione via etere, per cui il senso di pericolo e di impotenza è strisciante e pervasivo.

Il cibo rassicura, avvicina, non è , tutto sommato troppo problematico, è fonte di gioia, condivisione, creatività. Sembra un terreno sicuro, anche democratico: tutti mangiano e qualcosa tutti possono imparare a cucinare, si può padroneggiare, poi si sa, sui gusti personali non si discute! Il cibo può mettere tutti d'accodo, un pasto condiviso è un segno di buoni rapporti, di pacificazione.

Ripartendo dalle origini, dall'inizio si può capire di cosa si ha bisogno, scoprire qual è la molla del nostro comportamento, l'intento sotteso al nostro atteggiamento attraverso le scelte quotidiane, anche le più semplici e spontanee come quelle relative al cibo.

Quindi capire quali sono i bisogni profondi che ci attraversano, ascoltarli, osservarli, magari condividerli ed essere attivi nel trovare soddisfazione.

Questa attenzione al cibarsi non è fine a se stessa, può essere un inizio per costruire una consapevolezza, in quanto ogni nostro gesto umano rimanda sempre a qualcosa d'altro, è simbolico, e lo sa bene la pubblicità quando attraverso dei simboli, i famosi status symbol, ci indirizza ad acquistare cose che servono a far girare la macchina economica.

Potremmo chiederci come mai nelle etichette gli ingredienti, di scarsa qualità, di tanti alimenti sono scritti in piccolo, con sigle o vocaboli incomprensibili, mentre l'immagine di fantasia, di donne belle, uomini aitanti, bimbi felici, situazioni serene e appaganti, sono in primo piano? Compriamo cibo o il simbolo della felicità? Compriamo cibo spazzatura, e ce n'è molto (apparentemente a buon mercato e comodo, ma, data la tipologia degli ingredienti, costoso), o la sensazione di essere insieme agli altri, come gli altri, di condividere, di trovare ciò che cerchiamo?

Se ci diamo un po' di tempo per sviluppare la consapevolezza di noi stessi, possiamo più agevolmente fare scelte sane, non cadere preda di messaggi fuorvianti, e operare verso la soddisfazione che cerchiamo. Allora possiamo accorgerci che non siamo vittime degli altri, della società, dei 'cattivoni', ma siamo persone libere e in grado di scegliere.

Ma cosa cerchiamo in profondità? Ad ognuno iniziare a offrirsi il tempo di chiederselo e attendere dall'interno una risposta.

A fianco di una ricerca consapevole di alimenti sani e 'sensati', di modalità di allevamento e coltivazione equilibrati e rispettosi, di una sana e gustosa gioia nel nutrirsi, si può aprire la mente alla curiosità e trovare il coraggio per chiedersi ancora e ancora cosa ci può rendere appagati, cosa ci 'riempie', cosa è veramente soddisfacente.

Nella nostra totalità, completezza non c'è distinzione tra fisico e non fisico, ma c'è un dialogo ininterrotto tra ogni parte del nostro essere che si rispecchia e ritrova nelle altre: spirituale, mentale, emotivo, energetico e fisico.