Sorridere e ridere: il colore della speranza


Giuliana Tedeschi, ebrea di Milano, deportata ad Auschwitz nel ‘44 dice: “il riso era il bene più prezioso. Quelle rare volte che ci capitava di ridere, era per noi un miracolo, forse la cosa più profondamente umana che ci restava.”

Gli ebrei per sopravvivere anche psicologicamente alle tragedie hanno sempre utilizzato l’umorismo.

Uno scampato all’olocausto suole raccontare ai nipotini le tante avventure capitategli durante l’oscuro periodo: “Venni fermato da una pattuglia di SS nei vicoli di Praga. L’ufficiale appena mi riconobbe come ebreo cominciò a giocare come fa il gatto con il topo e mi pose un quesito: “ Bastardo, voglio darti una possibilità di salvezza, se indovini quale mio occhio è di vetro ti lascerò andare!”. Io risposi che l’occhio finto era il destro e lui stupito mi chiese: “Come hai fatto a scoprirlo?” e io di rimando: “Ha una luce così umana”

Un gerarca nazista visita una scuola, nella migliore delle classi interroga un ragazzetto dai capelli rossi, l’ebreo Amos Morris. Questi scatta in piedi sull’attenti e saluta col braccio teso, “Heil Hitler” “Camerata chi è nostra madre?” “La Germania nazista” “Chi è nostro padre amatissimo?” “ Il fhurer.” “Cosa vuoi diventare da grande?” “ Orfano, camerata” replica orgoglioso Morris.

Gli animali non sono in grado di ridere, è una qualità umana; tanti mistici avevano una buona dose di umorismo.
Paradossalmente il ridere non è un prendere un giro nel senso di disprezzare, ma è una modalità per accettare e quindi rispettare se stessi e gli altri. Pensiamo all’auto ironia: la capacità di ridere di se stessi, cioè di accettare e quindi ammettere i propri limiti, difetti.

Ascoltiamo da “Se la luna mi porta fortuna” di A. Campanile un invito a sorridere della propria memoria non efficiente come una volta.
“Io mi scordo il farmacista, il becchino e il dentista, ogni pena e dispiacere, la domestica e il portiere. Io mi scordo la pigione, scordo musica e canzone, scordo il treno e la stazione, dei giornali ogni edizione; scordo i nodi al fazzoletto, quel che ho fatto e quel che ho detto, quel ch’è d’obbligo scordare, quel che debbo ricordare... E poi la notte, che felicità, mi scordo pure della mia metà.”

Spesso dietro l’incapacità di ridere, mascherata dalla seriosità, ovvero eccesso di serietà o simulazione della serietà, ci stanno la rigidità, la chiusura, pregiudizi che servono per difendere una fragilità interiore. “Non capisco cosa ci sia da ridere”, “Il riso abbonda sulla bocca degli sciocchi”, sono frasi di buon senso, ma non devono essere strumentalizzate per dimostrare la necessità di seriosità, cupezza, incapacità a lasciarsi andare ai rapporti, alla vita.
Una battuta umoristica sulla rigidità nel modo di vedere gli altri “ Piero come sei cambiato! Eri tanto alto, e adesso sei così basso! Eri così robusto, e ora sei magrissimo! Eri biondo, e ora sei castano! Cosa ti è successo, Piero?”. E Piero risponde: “Non sono Piero, sono Andrea!”, “ Ohh, hai cambiato anche nome!”

Una vecchietta ebrea è seduta accanto a uno svedese grande e grosso e continua a fissarlo. Alla fine gli rivolge una domanda: “Mi scusi, lei è ebreo?” “No” risponde lui. Pochi minuti dopo l’interpella nuovamente: “A me può dirlo, sa. Lei è ebreo, vero?” e quello risponde: “Assolutamente no”. Lei lo studia un po’, poi ripete: “Sono sicura che lei è ebreo”. Pur di stare in pace l’uomo dichiara: “E va bene, sono ebreo!” La vecchietta lo guarda di nuovo, scuote la testa e dice: “Non si direbbe proprio!”
Prima traiamo le nostre conclusioni e poi cerchiamo il modo per arrivarci. (A de Mello)

Tutti gli uomini hanno potenzialmente, anche se in grado diverso, il senso dell’umorismo, cioè la capacità di riconoscere e di saper ridere di fatti, situazioni e di inventarne loro stessi, possiedono la curiosità, l’immaginazione, la creatività, la capacità di meravigliarsi, di giocare, di mettere insieme dati di realtà in un atto creativo in cui le situazioni, le persone non sono viste nel solito modo ovvio, comune, ma sotto una luce diversa.
Mark Twain dice : “L’umorismo è l’improvviso sposalizio di idee che prima della loro unione non sembravano avere nessun rapporto”.

Un aspetto importante del tema è l'attitudine al sorriso. Che forse oggi non è più un'abitudine. Osserviamo i passanti per strada, proviamo a vedere le espressioni dei loro visi: quanti hanno volti distesi, propensi al sorriso o sono piuttosto corrucciati, tesi, preoccupati, assenti, persi in pensieri, che a giudicare dall'espressione, non sono certo piacevoli?
Allo stesso modo entrando in un negozio o supermercato non sempre si è accolti da un viso che manifesti, attraverso il sorriso, un “benvenuto”, quanto piuttosto nella mimica facciale la dichiarazione di un fastidio per essere lì, costretti ad un lavoro, “ingrato”, gravati da fatiche e problemi.
Allo stesso modo i clienti sovente si dimenticano di essere gradevoli e sorridenti nel modo di presentarsi e interagire.

E' vero, ci sono miriadi di problemi e preoccupazioni, tuttavia la cupezza costante e il broncio non fanno muovere di un passo verso la soluzione, anzi… Il sorriso permette un cambio emotivo e di umore immediati, e difatti lo si evita per restare sulla difensiva, ancorati a una negatività di fondo che per qualche ragione non si lascia.

Ci sembra utile come primo passo l'osservazione di se stessi a questo riguardo; si possono così “stanare” modalità inconsapevoli di vivere il presente, sè e gli altri, che costituiscono la trama delle nostre giornate.
Il vivere con poco sorriso implica avere la mente o bloccata in nostalgie, insuccessi, rancori, frustrazioni del passato, o preda di aspettative, timori, preoccupazioni, per il futuro.

Proviamo a chiederci in merito alla nostra abitudine a vedere il bicchiere o mezzo vuoto o mezzo pieno. “Quando ho dei problemi, spesso perdo il mio senso dell’umorismo?”. Se sì, può essere un segnale che tendo ad essere pessimista.

Occorre permettersi di “ritornare bambini” (regredire), di giocare con le parole, i contenuti, le preoccupazioni, i divieti, gli obblighi, gli istinti e le emozioni; concedersi di esprimere questa parte “infantile”, aiuta ad essere adulti migliori, tolleranti, autentici, equilibrati, cioè che sanno cogliere e accogliere gli aspetti piacevoli, ma anche quelli spiacevoli della vita, le gioie, ma anche i dolori.

“Il riso fa buon sangue”. E’ vero psicologicamente: simbolicamente il sangue è associato ai sentimenti, alla vita e quindi il ridere è segno emotivo di leggerezza, di armonia con sè e con gli altri, vitalità. Questa condizione psicologica ha anche una verità fisiologica sottostante. Infatti nel sangue aumentano le betaendorfine: sostanze antidolorifiche, calmanti (diminuiscono l’ansia), euforizzanti (antidepressive), immunostimolanti (contribuiscono a prevenire e curare le malattie, ad esempio sono antitumorali).
Inoltre, in occasione di scoppi di risa, di belle, grasse risate, si verificano un aumento dell’irrorazione sanguigna del cervello, un incremento della frequenza cardiaca (120 battiti al minuto)...e ogni tanto il nostro cuore ha bisogno di un’accelerata..., entrano in gioco i polmoni, è una ginnastica respiratoria: è come fare jogging da fermi.
Ma non è ancora finita: “spanciarsi dalle risate” comporta muovere energicamente il diaframma, scuotere i visceri, (vengono attivate potentemente le funzioni digestive) le spalle...tutto il corpo si muove fino alla piacevole sensazione di rilassamento finale..ahh. Si realizza il collegamento tra mente e corpo, tra razionalità e istintualità (la pancia, simbolicamente è sede delle emozioni profonde).
Nei bambini la risata stimola l’ormone della crescita; negli anziani, oltre a tutto quanto detto, è una ginnastica antirughe perchè muove i muscoli facciali.

Luciano De Crescenzo “I vecchi che posseggono il senso dell’umorismo hanno diritto al trenta per cento di sconto sull’età”.

Agatha Christie: “Mio marito è archeologo. Più invecchio più gli piaccio”.

E’ per tutte queste ragioni che in certi ospedali, soprattutto nei reparti pediatrici, da tempo hanno messo piede i clown, gli animatori… perchè contribuiscono alla guarigione. E’ bene ricordare che la persona non è a compartimenti stagni: corpo; mente; spirito; sta bene quando è integrata e se si cura un aspetto, i benefici ricadono sulla persona intera.
Parlando di risata e guarigione viene citato abitualmente il caso di Norman Cousins, ammalato di spondilite anchilosante, una seria malattia degenerativa; dopo ripetuti ricoveri ospedalieri e terapie mediche senza successo decide di curarsi da solo...Come? Abbondanti dosi quotidiane di vitamina C e film comici (Candid Camera, Stanlio e Ollio). Con quale esito? Non solo non peggiorò più, fu fermato il processo degenerativo, ma ci fu poi un soddisfacente ristabilimento. Questa sua esperienza la leggiamo nel libro da lui pubblicato “Anatomia di una malattia”. Lo citiamo non tanto come invito al “fai da te” medico, ma come stimolo alla fiducia e creatività personali nel processo di guarigione.

C’è anche la malattia psichica; le numerose barzellette sui matti vogliono sdrammatizzare la paura che può coglierci, in alcune situazioni, di perdere il controllo di noi stessi, di dare i cosiddetti numeri.

Pensiamo a quello che facevamo e facciamo per far ridere un bimbo piccolo: lanciarlo in aria e riprenderlo al volo, “Ti mangio”, fingere di nascondersi e poi “Buu”, o lui che si nasconde e noi che fingiamo di cercarlo ovunque e rimanere sorpresi dal suo apparire.
Sono gesti che servono a “sdrammatizzare” le paure del bambino: la paura soprattutto che l’adulto, per lui di importanza vitale, non si prenda cura di lui, lo aggredisca approfittando del suo potere, della sua forza, lo abbandoni.
Il bambino, a questi gesti “rassicuranti” solitamente ride ed è nel riso che esprime fiducia “So che ci sei, so che io ci sono per te, che mi vuoi bene anche se a volte ti arrabbi, mi sgridi...”

Far ridere gli altri prima che un’arte è un’esigenza comune, significa far contenti, soddisfare e quindi essere accolti e apprezzati dalle persone che stanno a cuore; e vederle ridere di gusto è un piacere, un successo...gli sforzi sono ricompensati.

Pensiamo a quanto impegno ci mettono a volte i bambini per far ridere i genitori imbronciati o vissuti come distanti; a volte commuovono e richiamano la nota immagine del clown che offre agli altri la rosa del divertimento mentre tiene nella mano il gambo con le spine.

Qualsiasi argomento può essere affrontato attraverso la leggerezza dell'umorismo, che contrasta la rigidità paranoica dei fanatici: la religione, la divinità, l'autorità la morte e la vita.

L’uomo a Dio “Cosa è per te un miliardo?” “ Un centesimo” “ E cento anni?” “Un secondo” “ Allora puoi darmi un centesimo?” “ Sì, aspetta un secondo!”

A proposito di beghe tra due a stretto contatto da molti anni: “ La moglie di Nasruddin voleva un animale da tenere in casa, così si prese una scimmia. Nasruddin non era contento. “Che cosa le daremo da mangiare?” “Quello che mangiamo noi”, rispose la moglie “E dove dormirà?” “Nel letto con noi”. “Con noi? E la puzza?” “Se la sopporto io, può farcela anche la scimmia”.


Giornalista sul luogo di un incidente dice di essere il padre della vittima per potersi avvicinare.

Scopre che a terra giace un asino.