Fiabe, favole, storie..., quali conosciamo e come e quanto le utilizziamo nella nostra vita quotidiana, per noi stessi e per i nostri figli?

Oggi, forse, è risaputo quanto le fiabe siano utili, piacevoli, interessanti, tuttavia l’offerta di narrazioni, di fantasie, di racconti attraverso i media, i libri, i dvd è tale e tanta che poi non si trova molto tempo da dedicare al raccontare fiabe.

Usare le fiabe, dedicare ad esse tempo può richiedere un cambiamento di mentalità, di ritmi nella giornata, di attenzione a quello che ci circonda, a ciò che è vivo.

E’ una scelta consapevole e un po’ controcorrente perchè la modalità di raccontare si è persa da tempo e con essa si sono dimenticate la maggior parte delle fiabe, al di là delle più note, oggetto dei film.

E’ una scelta a volte anche faticosa: spegni la tv, lèggitele prima per conto tuo, dedica del tempo al racconto, non delegare altri a farlo, dai spazio al tuo mondo interno, coltiva il rapporto…

La fiaba narrata o letta è un dono al bambino, è prima di tutto un rapporto personale intimo poichè si comunicano significati, si parla di interiorità, di ciò che sta a cuore, si condivide la fantasia, un momento libero da doveri o impegni; è allo stesso tempo un modo di prendere in carico l’introduzione del bambino nel mondo, non è una divagazione, un intrattenimento, una distrazione, una perdita di tempo; i bambini raramente perdono tempo, probabilmente, a loro modo, hanno presente l’importanza della loro vita per potersi permettere di farlo.

Mi riferisco qui alle fiabe classiche, tradizionali, quelle raccolte dai fratelli Grimm, alcune delle quali sono patrimonio di ogni generazione, da Biancaneve, a Cappuccetto Rosso.

Esse, tuttavia nei film di animazione, che le hanno riproposte attraverso il fascino del disegno in movimento, una fantasia tra le tante, cristallizzata, hanno subito cambiamenti sì da diventare qualcosa di diverso.
Probabilmente le esigenze della rappresentazione filmica, i tempi narrativi dell’immagine e le difficoltà tecniche nel riproporre certe situazioni o concetti, hanno fatto sì che si omettessero o modificassero talune parti delle storie, riducendone i significati.

Ricucendole poi sono stati inseriti particolari, situazioni tipici di una certa mentalità e cultura strettamente contemporanea e contingente (penso ad esempio nel film di Aladdin, il genio che è una sorta di collage tra il dj, il genio, il presentatore televisivo americano, l’amico “represso” ...), diventando, se le si osserva attentamente, più racconti per adulti, con riferimenti culturali che un bambino non può cogliere, e con rappresentazioni dei personaggi storicizzate, caratterizzate, aderenti a una certa mentalità, legata alla cultura occidentale del 900, che erano assenti nei racconti originali.

Pur essendo tali narrazioni frutto di un'evoluzione secolare che ha acquisito tratti tipici delle culture passate, alcune caratteristiche fondamentali sono strettamente legate alla dimensione psicologica e ai passaggi evolutivi della crescita. E sono proprio queste ultime che ne determinano l'interesse e la bellezza.

Un esempio per tutti, nella favola di Biancaneve, come viene proposta dalla Disney ad un certo punto la strega, per far mangiare la mela a Biancaneve introduce il concetto di seduzione dell’uomo attraverso l’adeguamento e la sottomissione della donna ai desideri maschili; dice la strega: “Che torta stai facendo?”- “Una torta di mirtilli”- dice l’ingenua Biancaneve, “E’ la torta di mele che piace agli uomini, mele belle come questa!”, quindi si comunica l’idea che si fanno le cose per far piacere agli altri, assecondando, ubbidendo a una modalità precisa, che non prevede l’espressione di sè, il dono di qualcosa di originale: ci si deve adeguare ai desideri degli “uomini”, se li si vuole conquistare. Inoltre viene introdotto il fatto che Biancaneve si sia già infatuata del principe e aspetti da lui la salvezza, il bacio che la faccia rivivere, cosa totalmente assente nell’originale.

E’ veramente “una strega” colei che istruisce le bambine a essere delle brave servette dei desideri maschili e poi vittime passive in attesa subordinata del salvatore! La storia originale fa più giustizia a uomini e donne e risulta essere molto poco didattica e molto più psicologica.

La mela viene offerta perché Biancaneve la mangi, ed è l' estremo gesto da parte della matrigna invidiosa di ucciderla, l'ultimo di altri tentativi che facevano presa sul bisogno di accudimento e approvazione della bambina: un bel nastro colorato che serrato dalla malvagia in vita le blocca il respiro, e il pettine avvelenato che, infilatole tra i capelli, la tramortisce.

Ma quando si inghiotte, “introietta” il veleno, – la falsa amicizia che camuffa l'invidia e la gelosia – e ci si crede, allora c'è la morte, “apparente”, poiché il blocco emotivo  non è irreversibile in quanto la vitalità emotiva non è mai completamente annullata.

Anche il risveglio di Biancaneve è del tutto “fortuito” - Jung avrebbe parlato di sincronicità - ; solo lo scossone dei portatori della sua bara di cristallo, che inciampano, le permette di sputare il boccone avvelenato e di ritornare alla vita.

Avendo espulso ciò che la bloccava emotivamente e ritrovato se stessa, può incontrare il principe, che aveva colto la sua essenza al di là del suo blocco. Può splendere la sua vera identità, “Bianca come la neve, rossa come il sangue e nera come l'ebano”, come all'origine.

Il mito dell'amore romantico, in cui la fanciulla è salvata dall'incontro con l'uomo dei sogni, è irrilevante. La fiaba sembra piuttosto un racconto sull'invidia e la gelosia: il conflitto tra due generazioni e l'incapacità di andare oltre l'immagine esteriore di sé sono raffigurate dallo specchio che se inizialmente certifica la bellezza suprema della matrigna, alla fine la riporta alla realtà, “la sposa è più bella di te”. La non accettazione della realtà e la sterilità del restare attaccati a sentimenti ed emozioni immaturi conduce alla rovina: la matrigna, agìta, mossa, dalla propria invidia e dal furore, balla fino alla morte calzando scarpe di ferro rovente.

Possiamo apprezzare l'efficacia e la bellezza del racconto che, lungi dal moraleggiare o blandire, offre un insegnamento quanto mai prezioso.

Da questo esempio si può dedurre una qualità formidabile di queste narrazioni, qualità che produce in chi le ascolta un senso di liberazione: non veniamo istruiti secondo i desiderata di chi racconta,    indottrinati, ma veniamo capiti, anzi di più, ci viene in un certo senso spiegato, nel senso di “specchiato”, chi siamo, cosa ci tocca passare, anche emotivamente, in certe situazioni, e chi ci può aiutare o come ce la possiamo sempre cavare poichè ad altri è già capitato, perchè è una cosa che è già successa, e questo è molto tranquillizzante e rassicurante!

Le fiabe inoltre rendono una gran giustizia agli esseri umani: dicono tranquillamente, come un dato di fatto accettato e normale, che non sono buoni, anzi, sono capaci di farne di tutti i colori; questo è rassicurante, meglio sapere con chi si ha a che fare, piuttosto che sospettarlo ma dover far finta che non sia così!

In effetti l’infanzia, anche nei migliori dei casi, è un periodo duro, sia per i propri conflitti interiori, sia per quelli con il mondo esterno, a cui ci si deve in qualche modo adattare e che non sempre sembra molto favorevole. Le sensazioni di solitudine, di abbandono, di separazione, di insicurezza, di non essere capiti, di inadeguatezza, di trovarsi di fronte a difficoltà insuperabili appartengono all’esperienza di ogni bambino, e fanno parte dei ricordi di ogni adulto.

Ingenuità e aspettative illusorie sono più nocive di un sano realismo e di uno spessore psicologico che non negano anzi promuovono fiducia in sé e negli altri fondate su una conoscenza e accettazione del proprio mondo interiore.

Come acutamente molti anni fa aveva fatto osservare Bettelheim, le fiabe ci propongono assieme ai problemi anche delle vie di uscita, il linguaggio è simbolico, e quindi può parlare a ciascuno, a prescindere dalla situazione contingente; danno una traccia che può essere seguita, elaborata interiormente, “fantasticata” per adattarla alla propria realtà.

E’ significativo che ogni bambino esposto a più fiabe ad un certo punto ne richieda insistentemente una; è evidentemente quella che in quel momento gli è più necessaria, non è importante sapere perchè, nè sceglierla in anticipo in base a quel che possiamo pensare siano i suoi problemi: fiaba e bambino si incontrano per conto loro e poi lavorano insieme.