Genitori in azione

di M. Federica Rovetta e Giovanni Re



Nella nostra esperienza, personale e professionale, abbiamo riconosciuto il valore di parole chiave che, interiorizzate dai genitori, vissute nella quotidianità del rapporto coi figli hanno prodotto effetti benefici e innescato un circolo virtuoso.
Eccole

Esserci

Non nascondersi, mimetizzarsi dietro il ruolo, il dover essere, l’apparire.

Un compito che il genitore assolve, per il fatto stesso di essere genitore, è la consegna, il regalo dell’identità sessuale al figlio: il padre trasmette al figlio non solo il cromosoma della virilità, ma anche il modo di percepirsi, di vivere al maschile, la madre trasmette alla figlia quel patrimonio, quella sensibilità, quell’intuito femminile tramandato di generazione in generazione.

Per sentirsi virili/femminili non basta avere gli organi specifici. L’identità sessuale è anche un sentimento, che si acquisisce nel rapporto col genitore dello stesso sesso, un sentirsi simili “a pelle” nonostante le differenze, un linguaggio comune, una complicità vitale.

La prima e più efficace educazione sessuale e sentimentale la fa il genitore dello stesso sesso.

E’ constatazione comune che in tale rapporto si inseriscano delle interferenze che disorientano, generano paura e angoscia e il figlio, per non sentirle, per non soffrire, anestetizza il sentimento col rischio di smarrirsi.

Un elemento da non sottovalutare è la tendenza attuale a omogeneizzare i ruoli paterni e materni col risultato di padri che assomigliano a madri e madri che assomigliano a padri.

Guardare

Oggi i ragazzi hanno bisogno di essere “visti”; attraverso lo sguardo attento e amorevole del genitore vengono confermati nella loro identità, nel loro esserci e definirsi.

Lo sguardo funge da specchio, da confronto, conferma il rapporto, il contatto “Io ci sono, tu ci sei”, e apre la strada anche al dialogo, a porsi e porre domande importanti, spesso implicite: “Vado bene? Mi vuoi bene? …”.

Uno sguardo curioso, fiducioso, interessato ma “distaccato”, cioè senza farsi travolgere dalle emozioni dei figli e dalle proprie aspettative.

Il genitore può aiutare i figli nel diventare consapevoli che le emozioni, piacevoli o spiacevoli, che sperimentano sono naturali, hanno un senso e sono transitorie.
 
Spesso essi le assolutizzano e c’è bisogno allora di evidenziare, ad esempio, che la tristezza che stanno sperimentando non li identificano, non esauriscono la loro personalità, lui/lei non è un depresso, ma una persona che sta affrontando un problema, una fatica e le sensazioni che sperimenta sono connesse a questo processo.

Farsi guardare

Essere visibili nella propria autenticità, nelle convinzioni, nelle scelte educative.
Un bisogno fondamentale dei figli è di avere un punto di riferimento certo, un’autorità cui affidarsi.

Il genitore  che si definisce e manifesta con serenità e fiducia anche i propri limiti, autorizza il figlio/a a fare altrettanto e promuove così una sana accettazione di sé.
Il genitore non smette mai di educare, come individuo e come coppia.

La coppia genitoriale che  manifesta i sentimenti anche con gesti di affetto, di stima reciproci, fa educazione sentimentale.

Il genitore non squalifica i valori del figli/ao e non reagisce duramente se vengono contestati i propri, anche perché, soprattutto nell’adolescenza, per esorcizzare il dubbio che siano imposti, i figli li rifiutano, per sperimentarli personalmente nel confronto con la realtà ed eventualmente recuperarli come scelta propria.

E’ utile non prendere alla lettera le loro critiche: spesso sminuiscono per potersi differenziare dal genitore e affermare la propria personalità che vanno scoprendo.

Ascoltare

Anche i figli “educano” il genitore nel senso che con il loro esserci evidenziano bisogni e rapporti, pongono problematiche  e quesiti cui il genitore è stimolato a rispondere, e, dato che le risposte  significative non sono preconfezionate o banali, l’adulto viene stimolato a mettere in atto cambiamenti che coinvolgono non solo il figlio ma anche se stesso. In tal senso il figlio/a aiuta ad evolvere il genitore.

Ascoltare i figli è quindi un’opportunità di crescita anche per il genitore.

L’ascolto non comporta solamente porre attenzione a ciò che l’altro dice con le parole, bensì principalmente sintonizzarsi sulla qualità delle emozioni dei figli: è triste, arrabbiato/a, entusiasta, curioso/a ecc., cioè prestare attenzione all’essere più che al fare o dire; a tal fine è necessario avere dimestichezza col proprio mondo interno, valorizzare il dialogo emotivo con se stessi, altro bisogno fondamentale della persona.

Lasciar andare

L’obiettivo dell’educazione è l’autonomia del figlio/a, l’uscita nel mondo, la possibilità  di incidere positivamente sulla realtà.

Il processo di separazione reciproco ha inizio dalla nascita, tuttavia non significa abbandono e solitudine, bensì acquisizione graduale di un’identità che si definirà sempre meglio nel corso della vita.

La separazione del figlio/a dalla famiglia di origine impone un processo di separazione anche ai genitori: essi devono separarsi dall’immagine, dalle aspettative che per tanti anni hanno portato dentro di loro sul figlio/a.

Si può trattenere anche per un eccesso di protezione.

Il/la ragazzo/a di fronte alle possibili frustrazioni del mondo esterno, ha la tentazione di rifugiarsi e rimanere nel nido.

Il genitore che, dopo una fase di ristoro, lo scoraggia dall’uscire, che dipinge il mondo fuori come brutto e pericoloso, che gli fa vivere il distacco come contro la famiglia o come una perdita per il genitore,  diventa un ostacolo all’emancipazione del figlio e della famiglia.

Analogamente il metodo del “ ti butto in acqua così impari a nuotare” può comportare dei rischi: anche se il/la figlio/a non annega tuttavia può associare all’acqua, all’uscita nel mondo, una paura eccessiva.

Occorre non fare terra bruciata al figlio/a che spicca il volo, ovvero rispettare i tempi, tollerare la lentezza e le stasi della crescita.