I FIGLI CI PARLANO CON I LORO COMPORTAMENTI:

COME INTERPRETARLI E QUALI RIPOSTE DARE

 

INTERPRETARE                                DARE RISPOSTE

 

4) INTERPRETARE.

 

Se mio/a figlio/a è arrabbiato/a, portiamo avanti l’esempio utilizzato con il sentire, cerco di capire come mai.

 

Dapprima, ovviamente, occorre chiedere e accogliere la sua risposta “Mi sembri arrabbiato. Come mai? C’è qualcosa che ti fa arrabbiare?”.

Lasciare che la sua risposta risuoni dentro di noi senza metterci nei panni del giudice che deve emettere la sentenza “vero o falso, colpevole o innocente”.

 

E’ importante non dare interpretazioni come se fossero verità assolute, verdetti inconfutabili “Sei arrabbiato perché..., siccome vuoi fare sempre quello che vuoi tu, non accetti alcun no. Sei viziato (sic), cattivo, non ci vuoi bene. Non vedi quanto facciamo per te!”

Sarebbe preferibile dire “A me sembra che tu faccia fatica ad accettare dei no. Come ti senti quando dico no, questo no? Pensi che voglia tenerti sotto, che non ti voglia bene, che non mi fidi di te?”. Chiaramente le domande saranno calibrate in relazione all’età dei figli e non sono finalizzate a recedere o giustificare i no, quando si è convinti della loro necessità, quanto invece a far sì che i figli crescano nella consapevolezza di sé.

 

Se l’interpretazione è rifiutata, meglio non insistere. Infatti, se anche fosse corretta, quando un’interpretazione è imposta non viene accettata, viene vissuta “contro”, come offesa o menzogna in quanto il/la bambino/a non è pronto/a ad accoglierla, non è sufficientemente evoluto/a per riconoscerla come propria e quindi il risultato sarebbe controproducente: risentimento, isolamento, aumento delle provocazioni.

 

Se, nel tempo, si hanno ulteriori conferme della validità della nostra ipotesi interpretativa si agisce in base a questa, cioè si danno risposte al comportamento del figlio in tale direzione. Nello specifico, supponendo che mio/a figlio/a si comporti in tal modo perché non accetta i no, le frustrazioni, il limite, allora sta mettendo in dubbio, alla prova, la mia autorevolezza, mi “sfida”.

Cosa faccio?

 

5) DARE RISPOSTE.

 

Attenzione: non dare risposte è già una risposta, non possiamo non comunicare, non interagire, illuderci che il tempo, la crescita, qualcun altro risolveranno il problema, anche se probabilmente ci sarà il contributo di tali elementi.

 

Fare finta che il problema non ci sia può, in alcuni casi, esasperare il/la bambino/a, che interpreta il nostro atteggiamento come superficialità, disinteresse, impotenza, e spingerlo/a ad un’escalation di provocazioni e arrogante prepotenza o portarlo/a a una passività intrisa di sfiducia nell’adulto e in sé in quanto incapace di suscitare interesse o meritevole di aiuto.

 

Se una risposta ha avuto efficacia in una certa situazione non è detto che possa essere generalizzata a situazioni simili.

 

E’ opportuno provare una strategia per un periodo, ma, se non funziona, è inutile insistere con frustrazione propria e altrui.

Ad esempio se di fronte a una provocazione il genitore decide consapevolmente di non reagire e ciò ha l’effetto di smorzare l’aggressività del figlio, non è detto che il lasciar cadere sia la risposta efficace per le provocazioni future.

 

Come in una partita a scacchi l’educatore si muove in base alle mosse del bambino, tenendo però ben presente che non è l’avversario, si vince o si perde in due.

Abbandonare la partita, ovvero rompere il rapporto, o minacciare di farlo, non è una soluzione se non in casi estremi e/o in modo temporaneo.

 

Ci sono risposte o meglio categorie di risposte, come la dolcezza e la fermezza, che possono essere utilizzate, fermo restando che la validità di esse rimane comunque legata all’autenticità del rapporto e all’autorevolezza dell’adulto.

 

-Dolcezza.

Risposte che attingono alla manifestazione dell’affettività: una carezza, un abbraccio, un sorriso, una lotta giocosa, un massaggio, il genitore dello stesso sesso che ospita qualche volta il/la figlio/a nel lettone, un piccolo regalo, una premura, una frase scritta, una poesia, una fiaba, un gioco condiviso…

 

-Fermezza.

Evitare discussioni logoranti, in cui l’adulto, messo sullo stesso piano dal figlio, asseconda e accetta il ruolo di “coetaneo”.

Non è che il figlio non capisca, semplicemente non vuole ascoltare e obbedire; perché allora insistere per fargli capire?

Vogliamo la sua approvazione? Lo vogliamo “contento” di obbedire? Contento di fare una fatica ? Non è una pretesa eccessiva?!

Ad esempio per superare l’opposizione a fare qualcosa di faticoso o nuovo, si può prenderlo per mano, inizialmente facendolo con lui.

Raccogliere, per esempio, i giocattoli sparsi per la casa insieme per dargli la possibilità di “salvare la faccia”, l’orgoglio, in modo tale che gradualmente questo diventi un’attività che ha un senso e venga accettata, non un tira e molla costante tra “devi” e “non ho voglia”.

 

La fermezza si fonda sulla sicurezza di sè, sulla bontà, necessità della propria decisione, e quindi non si “cede”, soprattutto interiormente, alle richieste insistenti. Ad esempio al supermercato “Comprami le caramelle”, con capricci e scene relative, giocando sul fatto che subito il genitore si sente in difficoltà rispetto al giudizio sociale, alla paura di sbagliare, alla figuraccia...

La fermezza, strettamente legata all’autorevolezza, implica da parte dell’adulto la consapevolezza delle proprie decisioni, la serenità nel prenderle e la fiducia che possano essere nell’interesse del figlio e della sua crescita. Se c’è chiarezza nelle scelte dell’adulto c’è una sensazione di sicurezza nel bambino e di affidarsi a qualcuno che sa ciò che sta facendo.

 

Sovente si sentono genitori chiedere a bimbi di pochi anni “Cosa vuoi mangiare?”. Si potrebbe riflettere sul fatto che ogni scelta implica conoscenza e a quell’età non se ne ha alcuna in merito. Se l’idea di fondo è rispettare l’individualità, i gusti, questa va commisurata con la necessità di un’alimentazione adeguata e sana, e ciò imporrebbe all’adulto anche uno sforzo per informarsi e saperne di più, al di là dell’ ”informazione” fornita dalla pubblicità.

 

Se minacciamo punizioni, eventuali sanzioni per il suo comportamento disobbediente, dobbiamo comunque metterle in atto, pena l’auto squalifica: il bambino mette alla prova la nostra autorevolezza e reagisce di conseguenza.

 

Sintomi e malattie

 

Spesso sono anch’essi una comunicazione di cui prendere atto, da interpretare e a cui dare risposte.

 

Poiché la persona non è a compartimenti stagni, ma un’unità psico-fisica-spirituale, un disagio che si manifesta in una dimensione coinvolge, non in un processo di causa effetto, ma di causalità circolare, tutta la persona.

 

Colloqui con medici “sensibili” rivelano che alla base di tante richieste mediche ci sono ansie e angosce psicologiche.

 

Assumiamo però anche una certa cautela verso una lettura “matematica” del sintomo in cui questo è rigidamente associato a un corrispondente psicologico.

 

Possiamo invece tener conto di associazioni verificatesi in percentuale elevata, legando al sintomo un significato che sarebbe utile prendere in considerazione.

Un mal di testa può essere correlato al tema dell’accettazione dell’autorità, a conflitti non risolti, all’emotivo represso.

Mal di stomaco, nausea e vomito: difficoltà ad accettare e metabolizzare situazioni, rapporti.

Enuresi notturna: manifestazione di paura, con eccesso di controllo durante il giorno.

Stitichezza: trattenersi emotivamente, difficoltà a dare, condividere, paura di perdere.

 

Il sintomo va contestualizzato comunque nella storia personale.

 

E’ utile tener presente queste associazioni per verificare se tali ipotesi hanno fondamento nel caso specifico e ricercare altri segnali in altri campi che possano o meno avvalorarle.

 

In senso più generale possiamo, nella lettura psicologica di sintomi e malattie, riconoscere una richiesta di attenzione, di aiuto, di amore in una fase in cui il figlio/a ha maggiori difficoltà a superare le interferenze e gli ostacoli nel processo di crescita.

 

Il prendersi cura non significa solo dare, sforzarsi, fare, preoccuparsi, quanto piuttosto stare in rapporto autenticamente e in tal modo dare e avere si equilibrano naturalmente.

 

Il nostro amore può essere, a causa di interferenze, tenuto a bada dal bambino per il timore d aprirsi, scoprirsi. Il sintomo diventa allora opportunità e stimolo per entrambi a modificare modalità di rapporto rigide e non più funzionali.

I FIGLI CI PARLANO CON I LORO COMPORTAMENTI:

COME INTERPRETARLI E QUALI RISPOSTE DARE

 

OSSERVARE ASCOLTARE SENTIRE

 

Occorre innanzitutto OSSERVARE, un’osservazione quanto più possibile “pura”, cioè pulita da aspettative nei confronti dei figli e di se stessi.

 

Dai figli ci si aspetta spesso che essi confermino le nostre opinioni su di loro,

in positivo o in negativo.

Non me lo sarei mai aspettato da te” pronunciato con aria scandalizzata quando rispetto a loro abbiamo sempre aspettative alte, idealizzate.

Oppure “tanto per cambiare…, al solito…” detto con rassegnazione e amarezza, quando i loro atteggiamenti non corrispondono ai cambiamenti desiderati nei tempi previsti.

 

Abbiamo anche aspettative su noi stessi come genitori, educatori; abbiamo infatti interiorizzato un modello di essere genitore, educatore a cui cerchiamo di corrispondere e quando questo non succede ci si sente inadeguati, in colpa.

Ad esempio il buon genitore non deve mai alzar le mani, oppure il buon genitore è capace di farsi ubbidire senza gridare o perdere le staffe; e ancora se si è buoni educatori automaticamente i ragazzi si comportano bene.

 

Occorre invece osservare come un antropologo che si imbatte in indigeni di tribù sconosciute. Osservare con pazienza, curiosità, rispetto, disponibilità, senza pregiudizi.

E’ una persona diversa da noi.

Osserviamo la postura, i gesti, il respiro, il volto, gli occhi… quando è solo/a e quando interagisce con altri.

 

ASCOLTARE. Ci sono parole, frasi, espressioni che ripete in continuazione?

Qual è la sfumatura, il tono emotivo associato a tali frasi?

A chi sono rivolte, in quali momenti, dove, a seguito di qualcosa o no?

Qual è l’emozione predominante nel suo parlare?

E’ esplicito, o per arrivare a dire ciò che vuole percorre labirinti?

Usa modi di dire per intendere qualcos’altro o dice bugie?

Parla in continuazione o telegraficamente?

Si fa ascoltare o quando parla ingenera distrazione, non richiama l’attenzione su di sé?

Con chi è più aperto, confidenziale, con chi è chiuso?

 

Oltre alle parole ci sono suoni e silenzi.

 

Il suono, liberato dalla parola, spesso ha un’impronta emotiva più istintiva e autentica. Esempio. Ah: soddisfazione, liberazione; oppure Grrr: aggressività rabbia; o ancora bleah: schifo, disgusto; oppure pfff: espellere, quando si è troppo carichi.

 

I silenzi, apparentemente simili ma diversi uno dall’altro, possono significare assenza, concentrazione, coinvolgimento, indifferenza, contenitore di un’emozione, ossia un silenzio carico di…

 

SENTIRE. Sentire non con le orecchie, ma col corpo; sentire nei nostri organi,

sulla nostra pelle.

Viene in vari modi definito: “induzione emotiva, senso sentito, sesto senso…”.

E’ un qualcosa che esiste da sempre nell’uomo: la capacità di percepire le

emozioni proprie e altrui anche in assenza di comunicazione verbale.

Ad esempio parlando con qualcuno posso sentire costrizione al petto,

tachicardia, sonnolenza, prurito alla pelle, calore, freddo, commozione, dolore,

voglia di contatto fisico…: sono segnali di emozioni in atto nel rapporto.

 

Associati a tali sensazioni, poi, possono esserci immagini, ricordi, pensieri…

Ad esempio: sento mal di testa, o fastidio al fegato, e/o vampata di calore, e

contemporaneamente vengono immagini o pensieri di aggressione,

costrizione; magari anche flash di conflitti visti, agiti o subiti.

 

Per riconoscere tali emozioni, esserne consapevoli e non subirle

passivamente, è utile portarle fuori, manifestarle con una postura, un gesto,

un suono, una parola, uno scritto.

Nell’esempio specifico, se l’emozione in gioco è la collera, posso

evidenziarla con lo stringere i pugni, protrarre la mascella, un “grrr…che

rabbia”, “mi sembra ci sia della rabbia”, e, quando l’espressione verbale

rischia di compromettere i rapporti, scrivo.

 

Evidenziata l’emozione in gioco mi chiedo chi è l’emittente e chi il ricevente.

La collera che io sento è mia o del figlio/a. A volte non è chiaro, tuttavia una

verifica interiore può illuminare. Che motivo ho in questo momento di essere

rabbioso//a?

 

- Se non ne riconosco alcuno posso attribuire all’altro la collera e

non farmi travolgere dall’emozione.

Mi sembri arrabbiato, come mai?” Non “ Sei rabbioso”; la definizione

etichetta, imprigiona nel giudizio.

 

Se il/la figlio/a nega di esserlo è preferibile lasciar cadere, non insistere affinché lui/lei ammetta la propria rabbia, sapendo che i figli, per timore di perdere l’affetto e la stima dei genitori, o la stima di sè, a volte negano le emozioni.

 

- Oppure, posso riconoscere che è una mia reazione istintiva, stereotipata a certi atteggiamenti del figlio/a e in tal caso non mi colpevolizzerò, ne lo/la colpevolizzerò, ma prendendo le distanze dall’emozione, adotterò

strategie per uscire da quello schema azione-reazione non più utile.

 

- Oppure ancora, posso riconoscere che la mia rabbia è una difesa all’attacco altrui. Ma da cosa, da quale accusa devo difendermi?

Ad esempio di fronte a un atteggiamento non rispettoso del figlio/a posso

indagare la mia autorevolezza e la capacità del figlio di assumersi le sue responsabilità negli impegni che la crescita comporta.

 

In certi casi una domanda potrebbe essere utile per andare alla radice della rabbia: “Quanto il rapporto genitore-figlio è una relazione autentica, cioè fra due persone, e quanto invece è interferita dalla eccessiva identificazione nel ruolo?”.