COME AFFRONTARE SENSI DI COLPA E DI INADEGUATEZZA

 

D) SPIRITUALITA’

 

 

Se accettiamo che lo spirito sia una componente essenziale della persona sarebbe insensato escluderla di fatto dal processo terapeutico, evolutivo.

 

E’ opportuno qui rilevare che lo spirito non è brevetto esclusivo di una determinata religione.

 

Ci sono diverse scuole psicoterapeutiche, denominate ad indirizzo transpersonale, tra queste la Biotransenergetica del dott. Lattuada, che hanno alla base l’attenzione allo spirito e utilizzano pratiche psico-spirituali.

 

Lo spirito, la connessione con il divino, con l’Essere, permette di uscire dai confini limitati dell’ego, dalla razionalità per attingere a un potenziale di esperienze e consapevolezza che riconciliano con sé, gli altri, il mondo e conducono alla pace e alla libertà interiore.

 

Il detto orientale “la mente è un ottimo servitore ma un pessimo padrone” ci mette in guardia dall’eccesso di controllo e razionalizzazione, tentativi spesso illusori di risolvere i problemi.

 

I sensi di colpa e di inadeguatezza infatti si annidano e radicano in un circolo vizioso di pensieri ed emozioni che, se assecondati e coltivati, ci mettono nella assurda condizione di comportarci come coloro che, finiti nelle sabbie mobili, tentano di uscirne tirandosi su per i capelli.

 

Tipica della mentalità di noi occidentali è la priorità, se non l’esclusività, concessa alla mente nel relazionarsi con sé e con il mondo.

 

La razionalità è la chiave della conoscenza, del comportamento e del proprio valore laddove in altre culture invece è il “cuore”, lo spirito, senza per questo dover rinunciare alla razionalità.

 

Forse è anche a causa di ciò che orientali “illuminati” fanno notare che gli occidentali sono particolarmente vittime di sensi di colpa e di inadeguatezza.

 

Divergenti invece sono gli obiettivi e i metodi delle pratiche spirituali.

Una delle più note, ad esempio, la meditazione, opera per il miglioramento della capacità introspettiva e delle potenzialità personali mediante la connessione con il Sè, l’Essere e, tra i vari obiettivi e pratiche, propone la consapevolezza senza pensieri.

 

Le pratiche spirituali sono esperienze di contatto con il Sè e la qualità di tale contatto è un aiuto notevole al dissolvimento di sensi di colpa e di inadeguatezza.

 

Una manifestazione, oltre alla pace interiore , di tale contatto è il venir meno dei vissuti di divisione, isolamento e l’affiorare di una sensazione di profonda unità, di integrazione in sé e con gli altri, l’Universo.

 

In qualche punto della storia personale ci siamo forse identificati nella colpa e nell’inadeguatezza al punto da sentirci essenzialmente colpevoli, incapaci?

Ora è il momento di diventare consapevoli e di lasciare andare tutto quanto segue all’ “io sono...”

 

E’ il momento di accorgersi, di fare l’esperienza che l’ “io sono”, l’essere, senza alcun attributo positivo o negativo che lo specifichi, è sinonimo di pace, gioia, amore.

 

 

 

A ottobre è previsto un corso esperienziale su queste tematiche

COME AFFRONTARE SENSI DI COLPA E DI

INADEGUATEZZA

C ) PSICOTERAPIA

 

La psicoterapia può essere un aiuto sia sul versante dell'accettazione di sé e della situazione attuale nell'impossibilità di operare un cambiamento, sia sul versante del cambiamento e delle strategie attuabili.

 

Quale psicoterapia, considerate le numerosissime scuole esistenti?

 

E' il soggetto che, conformemente alla storia personale, alle problematiche, alle affinità, sceglie un indirizzo piuttosto che un altro.

 

E' importante tuttavia che la persona, qualunque sia la scelta, sia disponibile a “mettersi in gioco”.

Infatti la “tentazione” di chi affronta ad esempio la rielaborazione di un trauma è di volerlo controllare razionalmente evitandone l'impatto emotivo, l'emergere di vissuti spiacevoli; il “sentire” è imbrigliato dal voler “capire” e così si finisce per sapere tutto sul trauma, ma di lasciarlo emotivamente intatto e operante.

 

Al contrario, nel rapporto terapeutico si ha la possibilità di manifestare, osservare e accogliere il mondo emotivo, il sentire che caratterizza l'identità senza esserne travolti e si impara a gestire l'emotivo, e ciò fa nascere e sviluppare la fiducia in sé, chiave di ogni significativa evoluzione.

 

Il lavoro terapeutico è necessario quando il contatto col corpo-mente e la valorizzazione di sé e delle risorse personali sono pesantemente interferiti da fattori interni o esterni che ne ostacolano o ne impediscono l'accesso come, ad esempio, sensi di colpa e di inadeguatezza sedimentati e radicati.

 

Ci sono sensi di colpa che sono diventati, nel tempo, costitutivi della persona, ne fanno parte al punto che il soggetto non riesce neppure a immaginarsi, a prendere in considerazione l'ipotesi di potersene liberare.

 

Si percepisce una colpa che, in ultima analisi, non ammette perdono, una colpa che nessuno, Dio compreso, è in grado di perdonare, e l'unica espiazione possibile è la rinuncia ad una vita soddisfacente, alla realizzazione di sé.

 

E' un vissuto di cui il soggetto è imbevuto e le cause, le situazioni che vengono riportate come spiegazioni spesso non sono sufficienti a giustificare una simile invadenza.

 

E' utile qui ricordare che vissuti di colpa o inadeguatezza spesso sono generati in un'età, l'infanzia, in cui il bambino si sente responsabile di tutto ciò che accade o non accade.

Se ad esempio il genitore non manifesta l'affetto nel modo atteso, il bambino “sente” che ciò è a causa propria e inizia ad essere preda di sensazioni che sfociano in un giudizio negativo di sé: “Cattivo, stupido, brutto...non amabile”.

 

Il bambino può anche assorbire tali vissuti dal mondo familiare/educativo circostante: adulti non consapevoli di esserne portatori o che non sono riusciti ad elaborarli efficacemente.

 

Il senso di colpa trova terreno fertile quando il bambino sperimenta la relazione con l'altro nei termini di “aut-aut”: “o io o lui”, cioè o sto bene io però faccio star male lui/lei, o sta bene l'altro/a però a scapito mio. “Se esprimo il mio disagio, la mia rabbia o anche le emozioni esuberanti, mi viene detto “questo fa piangere la mamma”, “fa star male il papà” , o peggio ancora “non ti voglio più bene”. Giudizi sul modo di essere, espressi sia verbalmente:“Sei aggressivo/a, timido/a, distratto/a, antipatico/a, non sai farti voler bene”, sia nel non verbale, atteggiamenti di distanza, disinteresse, noia o fastidio, possono “diagnosticare, etichettare”.

 

Il senso di inadeguatezza prende corpo invece quando viene avvertita l'incapacità a soddisfare l'altro, a farlo contento: “Non vado bene a scuola e questo rattrista i genitori; sono vivace e curiosa e questo infastidisce gli adulti; non riesco ad adeguarmi e faccio domande e questo mette in difficoltà i grandi...”.

 

Compito della psicoterapia è di aiutare il soggetto a trovare o ristabilire una visione di sé libera da vissuti di onnipotenza/impotenza del bambino, una visione di sé più realistica, che ridia dignità e valore alla persona, e una percezione del rapporto con l'altro in cui si possa star bene entrambi, in cui l'evoluzione di ognuno sia di stimolo per il benessere altrui.

 

 

La psicoterapia può essere un aiuto sia sul versante dell'accettazione di sé e della situazione attuale nell'impossibilità di operare un cambiamento, sia sul versante del cambiamento e delle strategie attuabili.

 

Quale psicoterapia, considerate le numerosissime scuole esistenti?

 

E' il soggetto che, conformemente alla storia personale, alle problematiche, alle affinità, sceglie un indirizzo piuttosto che un altro.

 

E' importante tuttavia che la persona, qualunque sia la scelta, sia disponibile a “mettersi in gioco”.

Infatti la “tentazione” di chi affronta ad esempio la rielaborazione di un trauma è di volerlo controllare razionalmente evitandone l'impatto emotivo, l'emergere di vissuti spiacevoli; il “sentire” è imbrigliato dal voler “capire” e così si finisce per sapere tutto sul trauma, ma di lasciarlo emotivamente intatto e operante.

 

Al contrario, nel rapporto terapeutico si ha la possibilità di manifestare, osservare e accogliere il mondo emotivo, il sentire che caratterizza l'identità senza esserne travolti e si impara a gestire l'emotivo, e ciò fa nascere e sviluppare la fiducia in sé, chiave di ogni significativa evoluzione.

 

Il lavoro terapeutico è necessario quando il contatto col corpo-mente e la valorizzazione di sé e delle risorse personali sono pesantemente interferiti da fattori interni o esterni che ne ostacolano o ne impediscono l'accesso come, ad esempio, sensi di colpa e di inadeguatezza sedimentati e radicati.

 

Ci sono sensi di colpa che sono diventati, nel tempo, costitutivi della persona, ne fanno parte al punto che il soggetto non riesce neppure a immaginarsi, a prendere in considerazione l'ipotesi di potersene liberare.

 

Si percepisce una colpa che, in ultima analisi, non ammette perdono, una colpa che nessuno, Dio compreso, è in grado di perdonare, e l'unica espiazione possibile è la rinuncia ad una vita soddisfacente, alla realizzazione di sé.

 

E' un vissuto di cui il soggetto è imbevuto e le cause, le situazioni che vengono riportate come spiegazioni spesso non sono sufficienti a giustificare una simile invadenza.

 

E' utile qui ricordare che vissuti di colpa o inadeguatezza spesso sono generati in un'età, l'infanzia, in cui il bambino si sente responsabile di tutto ciò che accade o non accade.

Se ad esempio il genitore non manifesta l'affetto nel modo atteso, il bambino “sente” che ciò è a causa propria e inizia ad essere preda di sensazioni che sfociano in un giudizio negativo di sé: “Cattivo, stupido, brutto...non amabile”.

 

Il bambino può anche assorbire tali vissuti dal mondo familiare/educativo circostante: adulti non consapevoli di esserne portatori o che non sono riusciti ad elaborarli efficacemente.

 

Il senso di colpa trova terreno fertile quando il bambino sperimenta la relazione con l'altro nei termini di “aut-aut”: “o io o lui”, cioè o sto bene io però faccio star male lui/lei, o sta bene l'altro/a però a scapito mio. “Se esprimo il mio disagio, la mia rabbia o anche le emozioni esuberanti, mi viene detto “questo fa piangere la mamma”, “fa star male il papà” , o peggio ancora “non ti voglio più bene”. Giudizi sul modo di essere, espressi sia verbalmente:“Sei aggressivo/a, timido/a, distratto/a, antipatico/a, non sai farti voler bene”, sia nel non verbale, atteggiamenti di distanza, disinteresse, noia o fastidio, possono “diagnosticare, etichettare”.

 

Il senso di inadeguatezza prende corpo invece quando viene avvertita l'incapacità a soddisfare l'altro, a farlo contento: “Non vado bene a scuola e questo rattrista i genitori; sono vivace e curiosa e questo infastidisce gli adulti; non riesco ad adeguarmi e faccio domande e questo mette in difficoltà i grandi...”.

 

Compito della psicoterapia è di aiutare il soggetto a trovare o ristabilire una visione di sé libera da vissuti di onnipotenza/impotenza del bambino, una visione di sé più realistica, che ridia dignità e valore alla persona, e una percezione del rapporto con l'altro in cui si possa star bene entrambi, in cui l'evoluzione di ognuno sia di stimolo per il benessere altrui.

COME AFFRONTARE SENSI DI COLPA E DI

INADEGUATEZZA

 

A) CONTATTARE IL CORPO-MENTE

 

Permettersi di osservare, sentire, ascoltare le sensazioni fisiche, energetiche, le emozioni, le immagini, i pensieri, eventuali intuizioni.

 

Farlo come allenamento in contesti e tempi strutturati…

 

prepara a metterlo in atto “sul campo” ,

consente di “accorgersi”, di non agire reattivamente e inconsapevolmente,

aiuta a non cadere preda di sensazioni, emozioni e pensieri vissuti come totalizzanti, ingestibili,

ci fa fare l'esperienza che noi non siamo i nostri pensieri, le nostre emozioni, questi stazionano e ci attraversano ma non ci definiscono, né esauriscono.

 

Rimanere in contatto, senza fuggire via, per quel tanto che sia sufficiente al loro manifestarsi.

 

Un modo sottile per evitare un reale contatto è la pronta razionalizzazione: la mente per evitare o incasellare sensazioni ritenute sgradevoli o minacciose vuole dare un nome a ciò che il corpo sente, vuole interpretare, giustificare, giudicare, in una parola, controllare.

 

Ma è proprio il controllo che impedisce di accedere all'interiorità, “all'intelligenza emotiva”, alla radice del nostro essere, che, più che capita, è indispensabile sia intuita e sentita.

 

Le emozioni scrutate con gli occhi del giudice interiore che deve assolvere o condannare tendono a mimetizzarsi, a diventare “sfuocate”, ad essere manipolate.

 

Al contrario se l'osservazione è fatta con sincera disponibilità ad accogliere, accettare emozioni e sensazioni, qualsiasi esse siano, esse si rivelano e ci permettono di conoscerci, di riconciliarci con noi stessi e di recuperare le energie segregate, “vampirizzate” dai sensi di colpa e di inadeguatezza.

 

E' utile osservare i propri sensi di colpa e inadeguatezza come proiettati sullo schermo di un cinema, spettatori di un film che ci coinvolge ma non ci impedisce di distinguere i diversi ruoli, spettatore e attore.

Mentre osservo posso prendere una significativa distanza da pensieri, emozioni così da poter sentire di non essere questi e di accorgermi che l'identità di osservatore rimanda a qualcosa di più e di diverso; ciò favorisce anche la possibilità di non reagire in modo automatico agli stimoli e alle situazioni.

 

E' indispensabile poi, dopo aver osservato ciò che proviamo, lasciarlo andare, farlo fluire, non trattenere, non attaccarvisi.

 

Se i sensi di colpa e di inadeguatezza si sviluppano nel fertile terreno della sfiducia in sé, l'osservazione e l'accettazione del proprio mondo interiore sono un'importante affermazione di fiducia che innesca un reale processo di cambiamento.

 

Più l'ascolto, l'osservazione della realtà interna ed esterna evolvono e maggiore è la possibilità di scoprire la limitatezza del dogma”cogito ergo sum”: un'affermazione che privilegia il “cogito” a scapito del “sum”.

 

Il “sum”, sono, è molto più vasto e profondo e, paradossalmente, più semplice da percepire; occorrono però “occhi chiari”, non intorbiditi dalle illusioni dell'apparire, dell'avere, dall'eccesso del fare , e “mente vuota” da condizionamenti e pregiudizi.

B) CONSAPEVOLEZZA DELL'INTENTO

 

Al termine “intento” diamo due diverse connotazioni: 1) desiderio; 2) volontà, ossia manifestazione, concretizzazione del desiderio.

 

Occorre riconoscere qual è il programma predominante attivo alla base delle nostre sensazioni e pensieri, scoprire quali giudizi negativi, convinzioni su di noi, su come si deve o non si deve essere, accettati come realtà definitive, condizionano reazioni, atteggiamenti e comportamenti.

 

A volte il “mi piacerebbe...vorrei...” agire, sentirmi valido/a, accettabile, non si realizza poiché la potenza di uno schema percettivo-reattivo, magari acquisito da tempo immemorabile, è di gran lunga superiore.

Ad esempio, se il desiderio di lasciarsi andare all'emotivo, manifestarsi, è in conflitto con la paura di conseguenze vissute come pericolose quali il perdere la faccia, il timore che mostrando la propria vulnerabilità si venga manipolati o che ci possa essere una perdita dell'auto controllo lesiva dell'equilibrio psichico, ecco allora che la paura ha la meglio sul desiderio, o meglio, il desiderio/impulso di sopravvivenza prevale.

 

Se il “vorrei” non si realizza, o si accetta la discrepanza tra desiderio e realtà o si mette in atto qualcosa per cambiare.

 

Accettare, nell'esempio citato, che l'istinto di sopravvivenza abbia la meglio sul desiderio di evolvere significa rispettare il proprio limite attuale e quindi accettarsi, laddove la non accettazione di sé sarebbe nociva per l'equilibrio psichico.

 

La non accettazione può essere uno stimolo al cambiamento, ma per tante persone comporta vivere gran parte della propria vita nell'amarezza e nell'impotenza.

 

Se invece si opta per cambiare, evolvere, occorre entrare nel merito di quanto è vissuto come minaccia alla sopravvivenza e aumentare il desiderio evolutivo.

 

E' bene ricordare che, ai fini della sopravvivenza psichica, è ritenuto fondamentale il bisogno di riconoscimento e approvazione da parte degli altri.

 

Nell'adulto “abita” infatti il bambino che ha vissuto la indispensabilità del legame coi genitori, con gli adulti ai fini della sopravvivenza e il conseguente bisogno di essere accettato, pena il rifiuto, l'esclusione, l'abbandono.

Affrontare tale problema è anche il compito della psicoterapia.

 

Optare per il cambiamento comporta inoltre far ricorso alla volontà, il potere della volontà, ossia far diventare azione il desiderio.

 

Occorre determinazione nell'evitare ciò che ostacola e ricercare invece ciò che favorisce la crescita, l'evoluzione.

 

E' necessario riportare l'attenzione sulla priorità, sul senso che intendiamo -”intento”- dare alla nostra vita.

 

E' semplicistico e illusorio ritenere che tutto debba avvenire spontaneamente; occorre spesso predisporre il terreno.

La spontaneità è il risultato di innumerevoli piccoli atti di volontà; il piacere del bambino di andare in bicicletta è frutto di tanti tentativi, sforzi e anche cadute.

 

Quando desiderio, espressione del cuore dell'uomo, e volontà, intesa come integrazione di pensiero e azione, quindi mente dell'uomo, vanno nella stessa direzione, come il rematore che naviga seguendo la corrente del fiume, si crea un vortice di energia che spinge verso al meta.