Sull’autostima                                                                         

di M. Federica Rovetta

Si può pensare che per una persona l’autostima sia la chiave di volta della vita.

E’ la percezione di sé con la quale si partecipa al mondo, si vivono i rapporti, si affrontano i problemi dell’esistenza, si ricercano e scoprono sempre più ampi spicchi di verità.

Come definirla, tuttavia?
Mi viene da suggerire che si avvicina al brivido di scoprire che si è vivi, alla sensazione di unicità e, se vogliamo anche di solitudine, alla consapevolezza della nostra responsabilità/libertà di viventi, all’apprezzamento di gustare/vedere la vita da questo unico, particolare angolo di visuale che solo a noi appartiene, che ci è proprio e che possiamo esprimere e gestire.

Vicini a sé e consapevoli.
Siamo noi, i piloti, alla fine, nessun altro!
Possiamo,si può, posso.
Questo è il verbo legato all’autostima.
Cioè posso vivere,  esserci così, come so e sento.

Anche se può apparire paradossale l’autostima implica l’umiltà.
Proprio perché vicini a sé e consapevoli si è umili, naturalmente, interiormente e, da dentro, si vede con stupore il fuori, la grandezza, l’ignoto, il tempo e, da dentro, ci si accorge del dentro: la grandiosità, il sublime, la vita, il vuoto…
Come non essere umili?!



Per accedere alla semplice consapevolezza di sé, a questa fiducia occorre fare pulizia.
Non so se si possono prevenire alla fonte i drammi che ci allontanano dall’autostima.
Alcuni sicuramente, sapendolo.
Occorre inoltre riconoscere e liberarsi del vittimismo, dell’autocommiserazione, come se solo noi fossimo i più sofferenti della terra! Ognuno ha la possibilità di assaporare l’errore e il dolore!
Errori, traumi, miserie, in alcuni casi possono essere evitati, tuttavia se ne presenteranno altri, di necessità, perché per conoscere la luce è necessaria l’ombra.

Una delle ombre che ci allontanano dall’autostima, cioè dalla vicinanza a noi stessi, è l’immagine, quella definita comunemente la cultura dell’immagine.
Guardando, ci portiamo fuori e soprattutto, automaticamente, ci confrontiamo a ciò che vediamo come ad un modello. Può avere tutte le qualità migliori, ma non è noi. Allora ci si può chiedere: “Potrò io … così diverso/a dal modello…?” e ancora: “ Per essere come, per arrivare lì (lì dove, come, perchè?) devo in qualche modo essere come…”.
I modelli si sprecano, mutano e, a prescindere da qualità e difetti, non ci corrispondono, non sono “noi”.
Qui inizia la discesa verso al disistima di sé, poiché si è portati a non ascoltarsi, ma piuttosto ad adeguarsi, ad assomigliare a…
Si esce da sé, si chiude la porta alle spalle, ci si allontana sempre più… e i richiami del sé, comunque vitale, vengono fraintesi, mistificati.
Non si è più “padroni” realmente di sé e, come cuccioli smarriti, cerchiamo disperatamente, al prezzo dell’umiliazione di sé, un padrone che ci assicuri la sopravvivenza.
Accade, a chi ha perso la stima di sé, di sentirsi evanescente, inconsistente e di essere percepito come tale dagli altri, quasi invisibile… “ Ah, ma c’eri anche tu?! “.

Per essere “visibili”, a se stessi innanzitutto, occorre evidenziarsi, cioè rendere visibile come noi sentiamo, vediamo, agiamo, pensiamo, desideriamo e ciò richiede la responsabilità di manifestarsi nel rapporto con l’altro, tuttavia senza arroganza, piuttosto con attenzione e rispetto.

Si può iniziare allora a chiudere gli occhi e ascoltarsi, a cercare di scoprire quella scintilla interiore di felicità, unica, attraverso la quale ci vengono gesti, pensieri, sensazioni che ci permettono di tracciare la nostra traiettoria nella vita.
Ciò comporta una grande energia, ma attraversare la “selva oscura” delle illusioni e dei traumi, delle ferite e delle paure, seguendo la limpida traccia della sorgente che sgorga nel nostro profondo e garantisce la gioia, significa “accorgersi di essere” e ritornare o iniziare a vivere.